Le campagne di scavo condotte nell’area urbana di Lavinium tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento dall’Istituto di Topografia Antica della Sapienza hanno permesso di individuare una serie notevole di edifici, in gran parte pubblici, riferibili alla città di età imperiale. In particolare, sono stati oggetto di ricerche l’area forense (Tav.I.3), le terme pubbliche (Tav.I.6), la sede del collegio dei dendrophori, connesso con il culto imperiale (Tav.I.4), settori interessati da elementi riferibili a edilizia residenziale (Tav.I.5)[1]. A questi ritrovamenti va aggiunto un altro importante edificio termale, posizionato nel settore occidentale della città, messo in luce negli anni Sessanta del Novecento nel corso di scavi dell’allora Soprintendenza archeologica del Lazio (Tav.I.7)[2]. Inoltre, nell’immediato suburbio, era già stato individuato un consistente polo privato residenziale presso il santuario delle XIII Are, per il quale recentemente è stato possibile, grazie a nuove campagne di ricognizione aerea, cogliere l’ampiezza dell’area occupata[3].
Per quanto riguarda l’area forense di Lavinium, le prime testimonianze utili per l’individuazione risalgono ai recuperi statuari settecenteschi riportati dal Volpi[4] e, in maniera più cogente, ai ritrovamenti effettuati nella seconda metà dell’800, prima dal Da Gama[5] nel 1866 e poi dall’ingegnere agronomo Alessandro Kambo tra 1881 e 1895[6]. Tra il 1986 e il 1996, l’area centrale della città di Lavinium è stata interessata da intense campagne di scavo dirette da M. Fenelli e M. Guaitoli nel corso delle quali furono messi in luce per intero i lati nord-ovest e sud est[7].
Da un punto di vista morfologico l’area della piazza vera e propria occupa la leggera depressione formata da un lungo avvallamento compreso tra le linee più elevate del substrato geologico della cosiddetta “duna antica”. La cima della collinetta più alta raggiunge la quota più elevata dell’intero comprensorio lavinate costituendo in antico un punto di riferimento significativo[8].
Tralasciando in questa sede la descrizione delle strutture e delle fasi più antiche individuate nell’area centrale ci si concentrerà sulla rassegna delle emergenze del foro in età imperiale e sui problemi connessi agli apparati decorativi degli edifici. L’ultima e organica fase edilizia a cui in questa sede si farà riferimento, che restituisce l’assetto definitivo all’intera piazza con gli annessi, è databile ad età antonina e più in generale tra la seconda metà del II e gli inizi del III sec. d.C. Tuttavia il ritrovamento di un consistente nucleo di frammenti riferibili a noti e affermati cicli decorativi architettonici in terracotta di laterizio sembrano confermare l’esistenza di una fase databile all’età augustea, se non di nuovi interventi edilizi, almeno di profondo rinnovamento della decorazione degli edifici pubblici (Fig.1). Una scelta di questi elementi della decorazione in terracotta viene presentata in esposizione in questa occasione perché dimostrano certamente, e sembra quasi ovvio, del resto, un interesse per Lavinium e i suoi luoghi di culto della cerchia più vicina ad Augusto, dunque sin dagli inizi del principato.
Nel II sec. d.C. tutta l’area forense è investita da una radicale opera di ristrutturazione e assume l’assetto tipico dei fori cosiddetti di tipo italico: spazio aperto stretto e allungato, largo un actus, lungo due actus e 48 piedi circa, circondato da portici che sopravanzano ambienti diversificati per funzione edificati in opera mista con opera reticolata inserita in ricorsi di mattoni laterizi. La lunghezza della piazza è determinata dall’orientamento dei due edifici più importanti, posti affiancati sul lato nord-ovest, con orientamento non parallelo ma convergente verso la fronte. Infatti, il focus in cui si incrociano le linee mediane ideali dei due edifici, cade in corrispondenza del muro di fondo del portico del lato opposto della piazza, dove forse era un ingresso monumentale.
Questi due edifici, posti sul lato corto nord-ovest, sono un grande tempio su podio e un altro edificio su un basso podio di articolazione più semplice. L’edificio principale (Tempio A) presenta un’articolata serie di rifacimenti strutturali e/o fasi decorative (Fig.2.A).
Le fondazioni in opera quadrata di cappellaccio di questo primo edificio di culto, a cui sono da riferire almeno due fasi decorative di età tardo arcaica ed età medio repubblicana, furono inglobate in età tardo repubblicana nelle grandi casseforme in calcestruzzo di un nuovo tempio in opera incerta. Si tratta di un tempio di tipo tuscanico, probabilmente tetrastilo, aerostilo, con pronao di profondità leggermente maggiore rispetto a quella della tre celle, o con un’unica cella con ali laterali. Forse a questa terza fase sono riferibili alcune lastre in terracotta in un laterizio non ancora di perfetta resa da un punto di vista tecnico, simili a quelle della fase tardo repubblicana rinvenute presso il Capitolium della colonia latina di Cosa[9]. In tale fase, le rappresentazioni delle lastre sembrano perpetuare ancora i modelli di quelle tradizionali già in opera, con racemi, fiori di loto e foglie disposti in obliquo. A lavori di ristrutturazione di età augustea è da riferire il successivo ciclo decorativo in laterizio, di nuova ispirazione, di cui si tratterà a breve. Nell’ultima fase, quella della ristrutturazione integrale del foro, furono smantellati tutti gli elementi in terracotta, che furono riutilizzati nelle murature, nelle sotto-pavimentazioni dei portici o semplicemente deposte negli ambienti non utilizzati.
Sul lato corto nord-ovest del foro, a fianco del tempio, si erge un secondo edificio, formato da un unico ambiente rettangolare posto su un basso podio con stretta scala di accesso formata da tre gradini (“Edificio B”) (fig.2.B)[10]. La struttura, in opera quadrata di tufo tenero (cappellaccio), è conservata solo a livello delle fondazioni. I resti attribuibili al portico di età imperiale che lo sopravanzano assicurano che rimase in uso sino all’avanzata antichità, pur risalendo alla fine del IV – inizi III sec. a.C. (fig.2.1)
Sul lato sud-est della piazza fu messo in luce un lungo portico attraverso il quale si accedeva ad una serie di ambienti in opera mista in gran parte destinati a sacelli o piccoli luoghi di culto (fig.3).
La sequenza era composta da sud a nord da un primo ambiente, scavato solo parzialmente a cui ne seguiva un altro caratterizzato dalla presenza, quasi accostato al muro di fondo, di un basamento rivestito di lastre di vari marmi (fig.4). Il ritrovamento nel crollo delle strutture di una testa di piccole dimensioni in marmo attribuibile ad Arpocrate e di una mano che tiene un sistro ha permesso di proporre che si trattasse di un sacello dedicato ad Iside[11] (fig.3.3 e fig.5).
L’ambiente successivo (m 11,65 x 5,95) con buona verosimiglianza non fu mai utilizzato; addirittura non è fornito di accesso e manca della pavimentazione (fig.3.4).
Segue quindi l’ambiente più significativo, dedicato al culto imperiale (m.11,71 x 6,06); il pavimento è a mosaico con riquadri bianchi e neri a scacchiera. Sulla parete di fondo è addossato un bancone in muratura, realizzato in due fasi (lungh. m 8,95). Le pareti sono rivestite di intonaco con partito decorativo a fasce verticali nere e rosse. Al centro del mosaico è una sorta risarcitura in lastre di marmo bianco di varia pezzatura, che sembrano costituire il piano di appoggio per una statua o un donario. In questo ambiente sono stati rinvenuti numerosi elementi marmorei figurati riferibili ad almeno cinque o sei statue, una sola delle quali femminile. Tra questi, le teste ritratto di Augusto, Tiberio e Claudio[12] (fig.3.5).
L’ambiente successivo, quadrangolare (m 5,75 x 6,13) sembra restituire, pur nei limiti delle distruzioni dovute agli scassi di vigna, elementi riferibili ad una fontana - ninfeo, anche perché al di sotto delle strutture fu intravista una cisterna rettangolare con volta a botte (fig.3.6).
La destinazione d’uso dell’ultimo ambiente messo in luce è di difficile definizione a causa delle estese devastazioni provocate delle trincee da vigna; tuttavia, l’iscrizione murata sulla soglia, del tipo itus et reditus con dedica a Giunone[13] o alle Iunones, sembra suggerire l’ambito cultuale. Nello stesso settore è stato rinvenuto un frammento di iscrizione che ricorda lo svolgimento di un taurobolium[14], è dunque possibile che l’ambiente successivo fosse in qualche modo dedicato ad attività connesse con il culto della Mater Magna (fig.6).
Sul retro di questo settore della piazza forense non erano presenti altre costruzione se non due rami di acquedotto di servizio probabilmente alle terme pubbliche (fig.7).
La sequenza funzionale delineata per questo lato della piazza, con destinazione prevalente degli ambienti ad attività cultuali, con una serie di sacelli affacciati sull’area forense, appare particolarmente significativa. Infatti, la giustapposizione di culti che dovettero avere nell’ambito della città una loro storia di frequentazione e una loro sede dislocata, fa ipotizzare che qui siano state radunate le memorie di luoghi di culto in precedenza posti diffusamente nel tessuto cittadino, a prescindere anche da certe peculiarità come quella del culto mitriaco, estraneo alla collocazione nelle aree forensi.
Questo recupero complessivo degli aspetti cultuali della città probabilmente di età antonina, da questo momento concentrati nell’area forense, comportò anche l’abbandono o la definitiva obliterazione delle strutture cultuali più antiche di cui ci resta tuttavia un poderoso corpus di materiale in laterizio, testimone di una consistente fase edilizia o decorativa nell’area centrale della città attribuibile ad età augustea. Infatti, le stratigrafie relative ai livellamenti e alle sottopavimentazioni dell’area forense hanno restituito un cospicuo numero di frammenti di lastre di decorazione architettonica, dette tipo Campana, riferibili a diversi cicli narrativi[15]:
- teorie di palmette e fiori di loto contrapposti che si rifanno allo schema noto per la produzione più antica in impasto chiaro (fig.8);
- Nikai tauroctone con composizione specchiata e candelabro;
- tema dionisiaco (Dioniso, Arianna, satiri vendemmianti);
- gorgoneion sostenuto da figure con berretto frigio;
- ciclo delle fatiche di Ercole (leone Nemeo, idra di Lerna e toro di Creta);
- scena di costruzione delle mura.
Il cospicuo numero delle lastre, che esclude certamente la pertinenza a un solo edificio, fa ritenere verosimile connetterle al tempio A, all’edificio B e, forse, pure ad altre strutture di rilievo della piazza forense. I dati archeologici non permettono però, almeno al momento, di individuare di quali edifici si tratti in quanto non sono note strutture di chiara pertinenza cronologica all’età giulio-claudia.
L’elemento più indicativo è costituito dal ciclo decorativo delle imprese di Ercole che trova puntuale riscontro nel corpus delle lastre del santuario costiero di Sol Indiges[16] nell’ambito di un rifacimento contestuale degli edifici lavinati, sia forensi, sia presso lo scalo portuale della città, fenomeno certamente confermato dall’uso delle medesime matrici.
In tale contesto vale la pena fare riferimento al frammento superiore destro di una lastra della serie della lotta per il tripode delfico tra Apollo ed Eracle[17] proveniente dal santuario costiero di Sol Indiges recante il bollo, sembrerebbe privo di cartiglio[18]: [M(arci) An]toni / [Feli]cis (fig. 9).
Oltre che su alcuni mattoni provenienti da Roma e da Lanuvio[19] e su una pelvis[20], il bollo compare pure in due casi su lastre. Il primo: [M(arci) An]toni / [Feli]ci(s) proviene dall’arx di Cosa[21]; si tratta di un esemplare della medesima lastra da Sol Indiges, prodotta certamente dalla stessa matrice. La seconda è una lastra della serie dei prigionieri trasportati sul carro, conservata a Berlino[22], e della quale la provenienza è ignota, in cui il bollo compare impresso su un’unica riga a campire l’intera larghezza della lastra nella forma M(arci) Ant(oni) Fel(ici) con gli elementi onomastici separati da segni di interpunzione, in una disposizione anomala per un bollo che doveva garantire però una chiara lettura.
È verosimile ritenere che si trattasse del medesimo produttore che si occupò della realizzazione delle lastre del foro e del santuario portuale di Lavinium, dell’arx di Cosa e certamente pure del ciclo di lastre provenienti da Roma presso il Quadraro e conservate in Vaticano presso il Museo Gregoriano Etrusco. Si tratta di almeno tre lastre con il ciclo di Ercole (con il leone, con l’idra e con il toro) rinvenute insieme a numerose terrecotte nell’ambito della demolizione di un muro moderno nella tenuta Torlonia, poco fuori Porta Maggiore, di cui dà notizia il Nibby[23].
Non può essere tralasciata, in tale contesto, l’onomastica del produttore delle lastre lavinate e cosane: Marcus Antonio Felix che rimanda, nell’ambito delle vicende di Ercole, alle figure di Antonio e Ottaviano. Come ricorda Plutarco[24], infatti, Marco Antonio rivendicava la sua discendenza da Ercole, atteggiandosi pure nell’ambito dei modi e dell’abbigliamento[25].
L’omonimo procuratore della Giudea (52-60 d.C.), liberto di Antonia Minore, figlia di Marco Antonio e madre di Claudio[26], può a questo punto contribuire a delineare una possibile provenienza del personaggio che lo connetterebbe in qualche modo alla famiglia giulio-claudia. Dunque, un Marco Antonio Felice, in qualche modo legato al più celebre Marco Antonio delle vicende aziache, bolla le lastre utilizzate nell’ambito del rifacimento del foro e del santuario portuale di Lavinium, realizzato probabilmente sotto l’egida di un componente della cerchia augustea, utilizzando lo stesso ciclo narrativo delle ben più rilevanti lastre del tempio di Apollo sul Palatino. Da questo punto di vista, non sembra casuale la scelta dell’episodio della contesa del tripode delfico in cui la controversia tra i due personaggi viene comunemente associata alla battaglia di Azio da cui Marco Antonio esce perdente[27]. La scelta di bollare con il proprio nome la lastra con la contesa del tripode potrebbe a questo punto leggersi come un vezzo di M. Antonio Felice, ma anche come dichiarazione di sottomissione ad Augusto, sentimento pure esemplificato dall’iconografia della lastra di Berlino della serie dei prigionieri trasportati sul carro.
[1] Per i riferimenti bibliografici vedi infra p.00.
[2] Vedi il contributo di S. Gatti, p.00.
[3] Giuliani 1981, p. 166 ed Ebanista, Jaia 2023, pp. 76-79.
[4] Vulpius 1734, pp. 1-127.
[5] Per la storia degli scavi e delle ricerche di questo periodo si veda Castagnoli 1972, pp. 21-33.
[6] Lavori di risistemazione della tenuta realizzati tra il 1881 e il 1895, Castagnoli 1972, pp. 19-31. Per le vicende legate all’impianto della cosiddetta “Vigna nuova” e ai sopralluoghi di R. Lanciani e Th. Ashby si veda Fenelli - Guaitoli 1990, pp. 185-187 con bibliografia e Fenelli 1995, pp. 537-539.
[7] Fenelli, Guaitoli 1990, pp. 185-193, Fenelli 1995, Fenelli, Jaia 2007, pp. 45-48 (apparati decorativi architettonici degli edifici), Fenelli 2019 e Jaia 2017b, 266-267 (luoghi di culto e tipologia degli edifici pubblici). Una lettura aggiornata dell’assetto dell’area forense di Lavinium, corroborata da una approfondita disanima critica del pertinente patrimonio epigrafico, in Jaia, Nonnis c.s.
[8] Probabilmente è per questa prominenza che qui si insediò la primitiva necropoli protostorica, databile tra BF 2-3 e BF 3: Jaia 2010 con aggiornamenti e bibl. precedente.
[9] Fase V dell’apparato decorativo del Capitolium, vedi Brown, Hill Richardson, Richardson 1960, pp. 269-284.
[10] Alzato ricostruibile in forma rettangolare di m 11,82 x 10,34 (40 x 35 p.r.) e podio alto m.0,90). Per l’eventualità di identificare questo edificio con una curia si veda Fenelli 1995, pp. 540-542 e relativa discussione in Palombi 2019, pp. 132-133.
[11] Fenelli 2019: a questo sacello andrebbe riferita la statua di Iside già nota dal Settecento (Vulpius 1734, tav.4).
[12] Vedi infra il contributo di P. Liverani. Per lo scavo: Fenelli, Guaitoli 1990, 189-191 e Fenelli 1995.
[13] Fenelli 1995, pp. 548-549.
[14] Fenelli 1995, p. 549 a nt. 40.
[15] Fenelli 1995; Fenelli, Jaia 2007, pp. 45-48; Nonnis, Jaia c.s.
[16] Fenelli, Jaia 2007, pp. 48-51; Nonnis, Jaia c.s.
[17] Per il tipo si veda Rohden, Winnefeld 1911, p. 266 tav. 54.
[18] La s di Felicis è rovescia.
[19] Bloch 1967, nn. 223 (Lanuvio), 224, 225 e 468 (Roma).
[20] NSc 1910, p. 166.
[21] Brown, Hill Richardson, Richardson 1960, pp. 299-300 tav. LIX; Rizzo 1976, p. 55.
[22] Rohden, Winnefeld 1911, pp. 132-133, tav. 73: Antiquarium zu Berlin inv. 244; edita anche in CIL XV, 2543.
[23] Nibby 1897 II, p. 666; Rohden, Winnefeld 1911, pp. 93-96, tavv. 96-97.
[24] Plut. Ant. 4.
[25] Strazzulla 1990, pp. 17-22. Si veda pure Belli Pasqua, Sassu 2019, p. 448.
[26] Svet. Claud. 28.
[27] Strazzulla 1990, pp. 17-22.







