Le terme urbane di Lavinium furono messe in luce sul margine sudoccidentale della città, circa 120 m a sudest del foro (tav. I.6) nell’ambito di tre campagne di scavo intraprese negli anni 1986-87-88 sotto la direzione di Maria Fenelli e Marcello Guaitoli in seguito a un incendio che ne aveva parzialmente evidenziato le murature[1]. Le strutture erano già state viste dal Tomassetti che le descrive così nel 1885: “fuori della vigna, numerosi ruderi di cortina attestano le abitazioni dei Lauro-Lavinati, i musaici e i marmi delle quali si conservano accumulati nel magazzino del palazzo baronale. La più importante fabbrica è quella delle terme, di costruzione Traianea, con abside tricora, il pavimento delle quali è sostenuto da pilastrini di mattoni formanti un vespaio adatto anche per istufa, od hypocaustum pei bagni. In esse terme ho ravvisato un'appendice o prolungamento di costruzione inferiore”[2]. Considerando i dati di scavo, è possibile ipotizzare che alla fine del XIX secolo le strutture furono viste da Tomassetti in uno stato di conservazione migliore, antecedente una serie di crolli recenti e forse connessi alle attività belliche, rintracciati chiaramente in molteplici stratigrafie inquinate da materiale moderno.
Le campagne di scavo hanno permesso di mettere in luce il settore meridionale e parte di quello settentrionale di un impianto termale pubblico di età severiana (fig. 1), con estensione massima ipotizzabile in circa 1500 metri quadri[3], che, stando alla classificazione di Thébert, si configurerebbe come un impianto di medie dimensioni[4]. Il complesso è del tipo asimmetrico, caratteristica tipica proprio degli impianti di dimensioni modeste, se paragonati con le ‘grandi terme’, solitamente contraddistinte dalla disposizione assiale degli ambienti e dalla presenza di aree porticate e piscine scoperte che non sembra, allo stato attuale delle conoscenze, possibile individuare nelle terme lavinati[5].
Lo scavo ha evidenziato la significativa conservazione degli alzati e si è rivelato complesso sia per una serie di crolli sovrapposti, forse determinati da un terremoto, sia per il rimaneggiamento degli strati in tempi molto recenti che in alcuni casi ha compromesso le stratigrafie.
Le terme urbane, insieme a quelle con restauri costantiniani localizzate nella porzione più occidentale della città (tav. I.7), dovevano essere rifornite dall’acquedotto urbano del cui percorso sono stati messi in evidenza i condotti sotterranei in calcestruzzo nell’area del foro (tav. I.3): due, paralleli, nell’area prospiciente il lato sud-ovest della piazza e uno, alimentato dallo sgrondo del tetto del tempio A, che attraversa la parte centrale dell’area forense[6]. Non è riscontrabile alcun allineamento tra le terme urbane e gli assi della piazza, impostati, come già definito da A. Jaia[7], col medesimo orientamento della strada che entra dalla porta di Ardea a sud-est.
Contribuiscono alla datazione dell’impianto termale i numerosi bolli anepigrafi intercettati sui bessali. Si tratta di molteplici esemplari del tipo circolare semplice a disco e con cerchio concentrico interno (diam. compreso fra 2 e 5 cm) e di quelli ‘a punti incavati’ che definiscono la forma di una croce o di una svastica[8] (fig. 2). Si tratta di una tipologia di bolli, talvolta supplementari rispetto alla presenza di un bollo iscritto, ma che nel contesto delle terme urbane di Lavinium compaiono sempre da soli. Il tipo, apparentemente usato per l’individuazione della figlina o per l’indicazione della destinazione d’uso di un lotto prodotto, sembra essere limitato quasi esclusivamente ai bessali che, in linea generale, non vengano più bollati con bolli iscritti a partire dal 135 d.C.[9]
Il settore sud-occidentale
Il fronte meridionale è composto da un sistema di ambienti con accessi separati da est e da ovest, che definiscono due comparti funzionalmente autonomi dell’impianto. A ovest un corridoio largo m 2,10 sembra contenere il limite occidentale del complesso; a est, invece, l’accesso avveniva tramite la porzione più meridionale della rampa α (larg 2,40 m) che è ipotizzabile costituisse la via d’ingresso agli ambienti centrali poco più a nord. Dalla rampa, mosaicata, si accedeva sulla sinistra agli ambienti termali, mentre sulla destra, in corrispondenza dell’ambiente Y, due gradini davano accesso ad un’area (esterna?) che non è stata oggetto delle indagini di scavo.
L’ingresso occidentale, definito da una soglia, avveniva sulla destra tramite il corridoio G, pavimentato con bipedali, a sud del quale si trova uno stretto ambiente (F) che, una volta defunzionalizzato, era stato riutilizzato per allestire una sepoltura infantile con deposizione su letto di tegole e spalletta di contenimento a nord[10] (fig. 3). Il corpo appariva fortemente schiacciato, specie sul torace, da una serie di crolli ricchi di abbondante intonaco dipinto che inglobavano a nordest la parte inferiore di un’anfora (fig. 4). L’apparente mancanza di un accesso all’ambiente F lascia ipotizzare la sua pertinenza a un sottoscala. Il corridoio G dava accesso a un grande calidario definito da tre ambienti (E, A-C e B) e orientato a sud-ovest come da tradizione vitruviana[11] per sfruttare al meglio il calore dei raggi solari nel momento centrale della giornata in cui erano previsti i bagni e con l’abside sporgente finestrato che incamerava il calore.
Gli ambienti, sebbene solo parzialmente conservati in elevato[12], sembrerebbero essere relativi a una serie di tre vasche comunicanti poste su livelli declinanti verso ovest con l’esedra C sopraelevata rispetto alla vasca rettangolare A e tra loro divisi probabilmente da un sistema di gradinate[13] (figg. 5-6). L’ipocausto pavimentale degli ambienti E e A-C era alimentato dal praefurnium collocato nel corridoio meridionale destinato agli impianti di riscaldamento (D)[14]. L’ipocausto dell’ambiente B era alimentato sia a livello pavimentale (D1), sia da tubuli parietali posti sul muro settentrionale dell’ambiente, quello non esposto ai raggi solari e dunque più freddo. La pavimentazione degli ambienti E e A-C era realizzata in bipedali, mentre quella dell’ambiente B in tegole smarginate (fig. 6). La presenza nelle stratigrafie relative ai molteplici crolli di abbondanti marmi e ardesia forniscono informazioni rispetto alla tipologia dei rivestimenti non conservati[15]. Inoltre, la grande quantità di vetro rinvenuto nell’esedra C lascia ipotizzare la presenza di un vano finestrato nella parete con funzione sia estetica che funzionale rispetto al riscaldamento naturale degli ambienti grazie alla luce solare. Una porta sita nella parte settentrionale della parete occidentale dell’ambiente A doveva dare accesso ad ambienti, presumibilmente di servizio, che non sono stati però indagati.
La ripartizione degli ambienti del calidarium trova stringenti confronti nel complesso delle cosiddette terme imperiali di Grumentum[16] in riferimento ai vani 15-16 e 17 quanto a funzione, disposizione e orientamento delle vasche.
L’ambulacro D, caratterizzato da un piano in battuto significativamente rimaneggiato come dimostrato da una buca riempita di materiale moderno, fungeva da ambiente di servizio al praefurnium. Tra i settori D2 e D3 un muro divide l’ambulacro in due parti, una pertinente all’imbocco verso l’ambiente A-C, l’altro a quello dell’ambiente B. Il fatto che si appoggi ai mattoni consunti del corridoio a nord lascia presumere che la divisione sia stata realizzata in una successiva fase di vita dell’impianto termale o per dividere la lavorazione delle fornaci, oppure in un momento in cui una parte degli ambienti posti lungo il limite meridionale poteva essere stata abbandonata o defunzionalizzata.
Il settore sud-orientale
Il settore orientale, a cui si accedeva dalla porzione meridionale della rampa α a sud-est, risulta del tutto indipendente da quello sud-occidentale e si sviluppa attraverso tre ambienti paralleli (L, Z e Y) impostati lungo il fronte meridionale del complesso in continuità con quelli del settore sud-occidentale. Anche per queste stanze, speculari ma non simmetriche rispetto a quelle occidentali, la funzione ipotizzata è quella di calidarium, considerati gli accessi dei praefurnia, gli ipocausti pavimentali e i tubuli parietali lungo i muri settentrionali.
L’ambiente L è il solo absidato ed è caratterizzato da un’esedra meno aggettante di quella dell’ambiente A-C. Buona parte dell’ipocausto pavimentale è risultato conservato per un’ampia porzione nel settore orientale e il materiale di crollo ha restituito marmi, tubuli e grandi frammenti di intonaco. Il piccolo ambiente M, di funzione non chiara[17], faceva da tramite tra questa vasca absidata e la vasca rettangolare Z, realizzata nel medesimo modo e anch’essa caratterizzata da un buono stato di conservazione dell’ipocausto pavimentale e dei tubuli lungo la parete settentrionale[18] (fig. 7). Il grande ambiente Y (largh. m 6,80) ha subito un grande rimaneggiamento in età moderna che ne ha pesantemente stravolto le stratigrafie ed è quello che permette meno valutazioni[19].
La questione dei due percorsi separati per accedere ai calidaria meridionali potrebbe essere spiegata con una differenziazione dell’utenza. Non è da escludere che l’accesso orientale, più monumentale, fosse quello maschile, mentre quello occidentale, più modesto e discreto, quello femminile[20]. È noto come prima Adriano, poi Marco Aurelio e Alessandro Severo affrontarono la questione della promiscuità introducendo la separazione dei bagni termali secondo i sessi[21].
Attraverso la porta settentrionale del disimpegno (?) M si accedeva a una serie di stanze che permettevano di raggiungere il settore centrale delle terme.
Il settore centrale
Il settore centrale delle terme urbane è quello meno indagato nelle campagne di scavo intraprese tra il 1986 e il 1988 quando appariva coperto da imponenti crolli delle volte (fig. 8). Nella parte più meridionale, immediatamente a nord dei due settori del calidarium, ma allo stato delle conoscenze in connessione solo con quello orientale, sono stati messi in luce alcuni ambienti con funzione di disimpegno per l’accesso ai vani principali. Il corridoio N (m largh. 1,50) che al momento dello scavo presentava l’intonaco conservato su tutte le pareti, fungeva da passaggio che consentiva di raggiungere gli ambienti centrali, nello specifico dava accesso a un ambiente di forma rettangolare (B1-B2) largo circa 7 m, ma il cui sviluppo in direzione nord non è stimabile in quanto lo scavo non è proseguito per la sua totale estensione. Considerata la posizione e la presenza tra i materiali del crollo di numerosi frammenti di lastre di vetro che lasciano ipotizzare la presenza di vani finestrati sulla volta, non è da escludere la possibilità che potesse trattarsi di una sudatio. L’ambiente poteva giovarsi del riscaldamento dei tubuli della parete meridionale (quella confinante con gli ambienti B ed L) oltre che del naturale riscaldamento della luce solare. I dati archeologici non hanno restituito conferme di un’ulteriore sistema di riscaldamento edificato, lasciando presumere l’utilizzo di bracieri o di altri sistemi di riscaldamento mobili[22]. Nonostante l’esiguità dei dati in questo settore è ipotizzabile che costituisse la zona tiepida del complesso.
Una foto aerea scattata nel corso della campagna del 1988 mostra un imponente crollo delle volte di verosimile forma circolare nel settore centrale in un’area non indagata nel corso delle campagne di scavo (fig. 8). Se si avanza l’ipotesi che possa trattarsi del crollo della volta del frigidarium, è possibile supporre una scansione degli ambienti dalla zona fredda nell’area centrale, a cui si accedeva dalla rampa α che costeggiava l’impianto a ovest (fig. 1), alla zona tiepida (B1-B2) e poi a quella calda. I due calidaria meridionali rimanevano comunque accessibili pure dai due ingressi dedicati a sud-ovest e ad est, lungo il primo tratto della rampa α.
Il settore settentrionale
Il settore settentrionale è in parte coperto dalla rimessa per gli attrezzi che ingloba i resti dell’ambiente T a nord-ovest. Tramite l’ambiente S, raccordato al settore centrale e non indagato per intero, si accedeva a uno stretto corridoio (P1) largo circa 1 m con pavimentazione a mosaico di tessere bianche. Lungo il margine meridionale di questo ambulacro correva una canaletta che poi deviava ad angolo retto a nord in prossimità della parete orientale dell’ambiente W (fig. 9). Quest’ultimo, interpretato come una latrina, era una stanza coperta da volta crociera intonacata con pavimento in mosaico a tessere bianche con una mancanza quadrangolare, forse pertinente alla vasca centrale. Una canaletta corre lungo le pareti nord ed est. Il sistema idraulico evidenziato nel corridoio P1 è con buona probabilità pertinente allo smaltimento delle acque della latrina.
Ad est il corridoio P1 dava accesso a un ambiente a una quota inferiore tramite due gradini e a nord, e, tramite una scala di dodici gradini (Q), agli ambienti del piano superiore. Al sottoscala Q, pertinente a un esiguo spazio di servizio con soffitto voltato come visibile dal crollo (fig. 8), si accedeva tramite l’ambiente P.
Fasi di occupazione precedenti
Solo in due ambienti la possibilità di approfondimenti di strati già intaccati ha permesso di intercettare le fasi di occupazione antecedenti la realizzazione delle terme. Nell’ambiente P è stato messo in luce l’angolo nord-occidentale di una struttura in blocchi di cappellaccio orientata con un lacerto di un asse stradale basolata a nord. Sia la strada, ma ancor di più il muro per il quale è possibile definire chiaramente l’orientamento, non trovano riscontro negli allineamenti assiali della piazza del foro (tav. I.3). Lo scavo delle stratigrafie contenute entro le due strutture ha restituito abbondante materiale, tra cui bucchero, impasto chiaro e grezzo e un thymiaterion. Dunque, il muro e parte dei materiali relativi allo scavo della sua fossa di fondazione, antecedenti la realizzazione dell’arteria stradale obliterata poi dall’impianto termale, costituiscono la fase più antica di occupazione di questo settore della città. Contribuiscono alla datazione delle più alte fasi di occupazione note i materiali messi in evidenza in una compatta lente di terra ricca di inclusi nell’ambiente B1 che ha restituito materiali arcaici e medio-repubblicani con attestazione di frequentazione più risalente confermata da un frammento di ceramica italo-geometrica.
[1] Una breve comunicazione sulla scoperta si trova in Fenelli, Guaitoli 1990, pp. 191-192. Le tre campagne di scavo si svolsero dal 4 settembre al 2 ottobre 1986, dal 1 settembre al 2 ottobre 1987 e dal 7 settembre al 5 ottobre 1998.
[2] Tomassetti 1885, p. 144.
[3] L’estensione nord-sud dal muro meridionale del calidarium (ambienti E, A, B, L, Z e Y) al muro nord dell’ambiente T è di circa 37 m, l’estensione est-ovest tra i due accessi meridionali è di circa 40 m.
[4] Thébert 2003, p. 126.
[5] Medri 2019, p. 528 con esemplificazioni citate.
[6] Si veda Jaia, Nonnis c.s.
[7] Jaia in Jaia, Nonnis c.s.
[8] Sul tema si veda Tuomisto 2005 con bibliografia citata.
[9] Tuomisto 2005, p. 290.
[10] Sepoltura con orientamento est-ovest.
[11] Vitr. V, X, 1.
[12] Il muro maggiormente conservato in elevato è il muro nord dell’ambiente A.
[13] Il pavimento di fondo dell’ipocausto pavimentale presenta due discese asimmetriche destinate al passaggio dell’aria calda verso l’ambiente A. Per un’ipotesi ricostruttiva della struttura si veda Nielsen 1990 II, p. 59.
[14] Sono stati rinvenuti nelle stratigrafie abbondanti materiali plumbei certamente relativi alle caldaie per il riscaldamento. Le US presso l’imbocco del praefurnium sono contraddistinte da argilla rossa compatta.
[15] Nel contesto va comunque considerato che molteplici stratigrafie, specie nell’ambiente B, sono inquinate da materiali moderni fino agli strati più profondi.
[16] Tarlano, Castoldi, Donnici 2019.
[17] L’ambiente non parrebbe essere riscaldato, le stratigrafie scavate hanno restituito solo livelli di abbandono in parte combusti.
[18] Lo scavo dell’ambiente Z ha restituito numerose grappe in ferro, certamente pertinenti al fissaggio dei tubuli.
[19] L’ambiente Y è stato parzialmente scavato nell’ultima campagna del 1988, sono stati asportate stratigrafie moderne intervallate a livelli di combusto.
[20] Una situazione similare si trova attestata a Herdonia lungo la via Traiana. Vedi Leone 2019, p. 204.
[21] Hist. Aug., Hadr., XVIII, 10; Hist. Aug., Marc., XXIII, 8; Hist. Aug., Sev. Alex., XXIV, 2.
[22] In generale, sulla struttura degli impianti termali e degli ambienti si veda Nielsen 1990 II, pp. 6-59.















