Le terme occidentali

Sandra Gatti

Il lussuoso edificio termale, situato al margine occidentale del pianoro urbano, fu individuato nel 1962, in seguito al rinvenimento fortuito di elementi architettonici di marmo in occasione di lavori eseguiti per ampliare la stazione radio dell’aeroporto militare di Pratica di Mare. Un primo intervento di scavo fu possibile grazie al supporto economico dell’Aeronautica Militare, ottenuto per l’interesse del generale Ludovico; subito dopo il Soprintendente alle Antichità di Roma I Giulio Iacopi chiese ed ottenne dal Ministero il finanziamento per il proseguimento delle indagini e per i primi urgenti interventi di consolidamento e restauro.

Da quanto risulta dagli atti conservati nell’archivio della Soprintendenza, gli scavi proseguirono, a più riprese, fino al 1965; inoltre, negli anni 1974-1975 furono eseguiti interventi di ripulitura e manutenzione e probabilmente qualche ulteriore saggio: uno di questi portò in luce nei pressi dell’impianto termale un tratto di strada basolata delimitata da crepidini.

L’edificio termale, scavato solo in parte, è rimasto finora totalmente inedito e i dati che qui si presentano sono ricavati dalla documentazione d’archivio della Soprintendenza. Anche se purtroppo mancano totalmente le relazioni e i giornali di scavo, l’accuratezza della documentazione grafica e le numerose fotografie hanno permesso di ricostruire la situazione generale con buona approssimazione[1].

Gli scavi interessarono tutta l’area circostante il piccolo edificio moderno di pertinenza dell’aeroporto, ancora oggi esistente, e portarono in luce una serie di ambienti con imponenti strutture murarie in opera laterizia, decorati da preziose pavimentazioni in lastre marmoree o a mosaico bianco-nero, sia geometrico che figurato, e anche da rivestimenti in marmo sulle pareti in alcuni ambienti. Vennero in luce inoltre numerosi elementi architettonici, come colonne monolitiche di cipollino, capitelli, e un architrave marmoreo con iscrizione che testimonia un restauro dell’edificio in età costantiniana.

La pianta dell’edificio (fig. 1), per quanto venuto in luce, sembra articolarsi intorno ad uno, o forse due, grandi ambienti centrali, ai lati dei quali si dispongono due settori con stanze più piccole.

Sul lato occidentale si trovano gli ambienti riscaldati, tutti con pavimento su sospensurae (fig. 2) e resti dell’originario rivestimento marmoreo sulle pareti (fig. 3), dietro al quale si conservano in più punti i tubuli del riscaldamento. Il più meridionale (N) ha un lato corto absidato ed è pavimentato in lastre di marmo bianco. Da questo, attraverso una soglia lapidea, si accede al vano M (fig. 4), a pianta rettangolare, e da qui si entra nell’ambiente U. Anch’esso ha un pavimento di lastricato marmoreo ed è chiuso ad Ovest da una parete ad angolo ottuso; è dotato di due vasche poste l’una (X) sul lato occidentale, e l’altra (Ω) sul lato settentrionale, a pianta rettangolare su sospensurae (cfr. fig. 1, sezione E-F); da una porta aperta nella parete orientale si accede ad un piccolo vano rettangolare (G) che consente il passaggio verso la grande sala F. Questo lussuoso salone è identificabile con il frigidarium: posto sull’asse centrale dell’edificio, è a pianta quadrata e presenta una pavimentazione a grandi lastre di marmo verde; sul suo lato orientale si apre una vasca rettangolare (Q), pavimentata da un mosaico bianco con fascia perimetrale nera, nella quale si poteva scendere attraverso tre gradini rivestiti di marmo bianco (fig. 5). Nella sala F furono trovate tre grandi colonne di marmo cipollino con fusto liscio e due capitelli corinzi asiatici, mentre un terzo era sui gradini della vasca; inoltre venne in luce un capitello corinzio pertinente ad una colonna più piccola e soprattutto varie parti di un epistilio marmoreo con decorazione a tralci vegetali e maschere, sul quale fu successivamente incisa una lunga iscrizione che ricorda il restauro delle terme voluto dagli imperatori Costantino e Licinio.  Con un successivo intervento di restauro (fig. 6) epistilio, colonna e capitello corinzio furono rimontati in corrispondenza dell’accesso alla vasca del frigidarium (fig. 7). Per le altre colonne e i capitelli corinzi asiatici si ipotizzò una posizione ai quattro angoli dell’ambiente, come risulta dal un bel disegno con assonometria ricostruttiva conservato nell’archivio della Soprintendenza (fig. 8). Da una delle planimetrie elaborate durante lo scavo (fig. 9) risulta che nel salone si rinvennero anche una statua, con un braccio e di una mano distaccati, e due frammenti di cornice, oltre e tre lastre con iscrizione trovate nell’ambiente N[2].

A nord del frigidarium si susseguono altri due vani, D e C, a pianta rettangolare, non scavati completamente[3]. Dal vano C sembra si potesse accedere ad una scala, della quale purtroppo nella pianta non è indicata la pendenza. Seguono un piccolo vano a pianta rettangolare (B), con mosaico in bianco e nero raffigurante un cinghiale assalito da due cani (fig. 10), comunicante con una stanza (A), con pavimento è a mosaico figurato in bianco e nero che rappresenta una scena erotica ambientata in un paesaggio nilotico (fig. 11).

La scena di caccia, probabilmente condizionata dallo spazio ristretto, si limita alle figure isolate - su fondo neutro bianco - del cinghiale al centro, di profilo verso destra, tra due cani rivolti verso di lui, con le fauci spalancate; tutti e tra gli animali poggiano le zampe su fasce nere curvilinee che simboleggiano l’ombra delle figure.

Il mosaico della stanza accanto (A) rappresenta una scena erotica in una ambientazione nilotica (figg. 12-13). Al centro è una figura femminile nuda, con i capelli raccolti in una crocchia e un ventaglio in mano, appoggiata alla parte superiore di una grande anfora, che sembra utilizzata come imbarcazione dotata di una vela improvvisata legata da una parte ad un manico dell’anfora e dall’altra tenuta nella mano destra dal pigmeo dietro la donna[4]; il pigmeo è stante, anch’esso nudo e itifallico, con copricapo conico (forse il fondo dell’anfora). Tutto intorno si svolge una sorta di cornice in cui sono raffigurati su due lati un uccello con lunghe zampe e becco arcuato, forse ibis o mignattai, sul terzo lato[5] un volatile più piccolo che nuota nell’acqua (una alzavola o un’oca del Nilo), resa da brevi tratti orizzontali, fra piante acquatiche, papiri filiformi e fiori con corolla a campana (figg. 14-15).

Dalla parte opposta, verso Nord, lo scavo interessò solo due parti di quello che sembra essere un unico ampio ambiente(Y, Ω’ ed R), nel cui settore orientale (R) venne in luce parte di un mosaico figurato in bianco e nero con scena di palestra (fig. 16).

Nel campo rettangolare bianco, delimitato da due fasce nere, sono due pugili in atteggiamento di combattimento, nudi, i capelli legati nel cirrus, di profilo l’uno di fronte all’altro, con le braccia protese verso l’avversario e le mani fasciate dai cesti[6]; in mezzo a loro è un ramo di palma a ventaglio, premio per il vincitore;  a sinistra del gruppo si vede parte di un grande vaso emisferico con corpo baccellato[7]. Sull’altro lato un atleta, nudo anch’esso, è pronto a lanciare il giavellotto (fig. 17), mentre al centro, su una sorta di pedana, un altro atleta, di spalle, osserva la scena portando la mano destra vicino al volto; alla sua sinistra si intravede un’altra figura, vestita, forse un giudice di gara (fig. 18). Nell’angolo, fra i pugili e il lanciatore di giavellotto, è raffigurata una fiasca con corpo circolare e stretta imboccatura ed un altro ramo di palma[8] (fig. 19).

La planimetria dell’impianto termale, anche se nota solo parzialmente, fa immaginare un percorso ad U del tipo a linee parallele[9] ; l’articolazione dell’edificio sembra trovare confronto con le terme del Vicus Augustanus Laurentium a Castel Porziano[10].

In assenza dei dati di scavo per definire la cronologia dell’edificio ci si deve basare soltanto sulla iconografia dei mosaici e sulla tipologia della decorazione architettonica.

Nel mosaico con scena erotica (vano A) in ambientazione nilotica vediamo l’unione di una serie di motivi iconografici abbastanza diffusi e ben documentati nel repertorio dei mosaici a soggetto nilotico fra la metà del II e i primi decenni del secolo successivo. Una scena erotica su una imbarcazione è presente nel pavimento a mosaico della forica delle Terme di Nettuno ad Ostia, datate da Becatti al 132-139 d.C.[11], ed in quello della latrina delle terme di Aquinum, risalenti alla metà del II sec. d.C.[12]; più simile all’esempio lavinate è la raffigurazione nel mosaico pavimentale della tomba 16 dell’Isola Sacra[13] ed in quello romano del Lungotevere della Farnesina, datato alla metà del II sec. d.C.[14]; l’anfora usata come imbarcazione improvvisata su cui si svolge un amplesso è presente in un mosaico policromo da Urvinium Hortense (Collemancio, PG), risalente agli inizi del II sec. d.C.[15], e in due esempi da Roma[16]; infine la cornice con ibis e piante acquatiche, elementi molto comuni nei mosaici nilotici[17], trova confronto nei mosaici ostiensi del Serapeo (127 d.C.), in cui compaiono fiori (forse di nelumbo) molto simili a quelli del mosaico di Lavinium, e delle Terme di Nettuno (130-140 d.C.), oltre che in quello di Collemancio appena citato.

Le raffigurazioni di paesaggi nilotici iniziarono a comparire nel Lazio e in Campania a partire dagli ultimi decenni del II sec. a.C., ma diventarono particolarmente diffuse dopo che Augusto conquistò l’Egitto, che nel 30 a.C. diventò parte dell’impero romano. Da quel momento dilagò un clima di “egittomania” che proseguì ininterrottamente fino ai periodi neroniano, flavio e antonino: i soggetti nilotici si diffusero in pitture[18] e mosaici che ornavano edifici pubblici e dimore di prestigio, specialmente in ninfei, triclini e giardini, dovunque si volesse evocare un senso di benessere e di esotismo, simboleggiato dall’Egitto, paese esotico dalle tradizioni antichissime. Dalla metà del I sec. a.C. in poi i mosaici con soggetto nilotico hanno raffigurazioni più semplici e sono prevalentemente popolati da nani e pigmei, figure grottesche spesso rappresentate in scene parodistiche e caricaturali – per esempio impegnati a difendersi da coccodrilli o ippopotami - o in atti erotici che fanno esplicito riferimento alla fertilità e alla condizione di spensieratezza e benessere di questa terra[19]. Nani e pigmei diventano molto frequenti nei mosaici in bianco e nero fino al III sec. d.C. destinati ad abbellire non solo domus[20], ma talvolta anche tombe[21] e soprattutto edifici legati all’acqua,come latrine[22] o in particolare terme[23], gli edifici finalizzati al piacere del corpo, nei quali i soggetti nilotici simboleggiano godimento, gioia e benessere.

Quanto al mosaico con gli atleti, esso rientra in una nutrita serie di realizzazioni musive con scene di palestra, che compaiono in età adrianea e antonina e proseguono nel periodo dei Severi e poi per tutto il III secolo, nelle quali il gruppo con i pugili è quello che compare più frequentemente[24]; sono documentati soprattutto in ambienti termali[25], come per esempio nelle terme adrianee di via Portuense a Roma[26], in quelle di Trebula Suffenas[27], risalenti al secondo-terzo quarto del II sec. d.C., e ad Ostia, nelle Terme di Nettuno, datato intorno al 140[28]. Il mosaico dell’apodyterium delle terme ostiensi di Porta Marina (o della Marciana)[29], della metà del II secolo, ci sembra rappresenti l’esempio più vicino al nostro dal punto di vista stilistico, anche se i soggetti sono diversi. Oltre alla analoga posizione dei pugili di Lavinium e dei lottatori ostiensi, le due composizioni hanno in comune anche alcuni particolari come il ramo di palma posto in mezzo ai due pugili, il vaso premio con corpo baccellato[30] e soprattutto il modo di rendere l’ombra delle figure sul piano di calpestio con uno spesso segno arcuato ad U o ad ellisse[31]. Quale altro confronto per lo stile e l’impostazione generale della composizione, che vede i gruppi di atleti distribuiti intorno ai lati della stanza per essere visti da tutte le posizioni, si può richiamare il noto mosaico di Tusculum, datato ad età adrianea o antonina[32]. A questi possiamo forse aggiungere il mosaico, sempre ostiense, della domus di Apuleio, ambiente G, datato dalla Blake alla fine del II e da Becatti agli inizi del III sec. d.C.[33].

Nel complesso i mosaici dei vani  A e B mostrano una qualità piuttosto modesta sia nell’esecuzione tecnica, con tessere dal taglio irregolare e tessitura non omogenea, sia nella costruzione figurata piuttosto essenziale e semplificata. Nell’insieme, comunque, si inseriscono pienamente nel repertorio ricorrente dei mosaici bicromi di II e III, con un programma decorativo conforme ai temi più diffusi e allineato con la funzione degli ambienti. Nel mosaico con scena di palestra si nota una certa attenzione nella resa dell’anatomia con dettagli interni costituiti da tratti in bianco che delineano le muscolature in modo abbastanza realistico, pur con qualche sovrabbondanza come nel lanciatore di giavellotto. Tuttavia, anche se i personaggi sono resi con una certa fluidità e armonia nelle proporzioni, non manca qualche disorganicità, come nelle figure al centro che mostrano gambe troppo evidenziate e piedi troppo grandi.

In conclusione, basandosi sui confronti già richiamati, il mosaico nilotico potrebbe forse risalire agli anni centrali del II sec. d.C.; anche il mosaico con gli atleti sembrerebbe da riferire agli stessi anni o forse a qualche decennio più tardi.

Per quanto riguarda la decorazione architettonica è difficile entrare nel dettaglio e proporre un inquadramento preciso, dal momento che per ora non è possibile l’autopsia dei materiali per stabilire il tipo di marmo e verificare direttamente i dettagli della decorazione e la tecnica di esecuzione, quindi lo studio si può basare solo sulla documentazione fotografica[34]

L’epistilio posto all’ingresso della vasca del frigidarium (fig. 20) presenta una sequenza (dal basso) di due fasce lisce separate da un astragalo con perline allungate e doppie fusarole biconvesse e un kymation vegetale con foglie di quercia. Sul lato verso la vasca seguono una serie di modanature non decorate: un’alta fascia convessa, una gola rovescia e un listello (fig. 21). Dalla parte opposta, dove fu poi incisa l’iscrizione costantiniana, al posto della fascia liscia è un ricco fregio vegetale con mascheroni sopra il quale è un secondo kymation con foglie di quercia e un listello (fig. 22). Dalle fotografie è possibile solo intravedere una decorazione vegetale anche sulla faccia inferiore dell’epistilio.

Il fregio vegetale è articolato su due mascheroni dal volto largo, tagliato appena sotto la bocca, con grandi occhi infossati e sbarrati, fronte bassa, capigliatura composta da foglie trilobate sulla fronte, baffi e barba costituiti da tralci con foglie che si allungano a destra e a sinistra con girali di foglie di acanto, al centro dei quali sono dei carnosi boccioli di fiori; dai girali si dipartono altri racemi che si incrociano con quelli simmetrici del mascherone attiguo. La testa che emerge dall’acanto è un motivo non frequentissimo, ma noto nella decorazione architettonica dal I sec. d.C. fino ad Aureliano, sia in area urbana che provinciale[35], ma è ritenuto un elemento proprio  dell’epoca severiana; il fregio lavinate trova infatti il suo più stretto parallelo – anche se sembra con un sensibile divario qualitativo - nella cornice situata all’imposta dell’arco interno dell’arco di Settimio Severo[36] (fig. 23). Un ulteriore confronto, in particolare per la relativa semplicità dei racemi vegetali, può essere istituito con un coperchio di sarcofago del Museo di Ostia, datato ad età antonina[37].

Sempre all’epoca severiana,tra il primo e il secondo quarto del III secolo, sembra rinviare il capitello corinzio asiatico (fig. 24), caratterizzato da fogliette appuntite, con depressione mediana e con lobi inferiori piuttosto sviluppati, che non si toccano fra di loro e sporgono incurvandosi in avanti: si può confrontare con il capitello del Tempio Rotondo di Ostia, costruito sotto il regno di Alessandro Severo, anche questo sistemato su colonne in marmo cipollino come a Lavinium[38]. Nel complesso è dunque possibile individuare nella decorazione architettonica dell’edificio elementi tipici dell’età severiana, come il fregio convesso, l’architrave a due fasce e il capitello corinzio di tipo microasiatico[39]

Sulla base degli elementi fin qui presentati e, ribadiamo, in assenza di dati oggettivi di scavo e di verifiche dirette sulle strutture, è difficile proporre per l’edificio una cronologia precisa. La maggior parte dei riferimenti sembra  orientare verso i primi decenni del III secolo, al periodo fra Caracalla e Alessandro Severo; tuttavia i mosaici figurati potrebbero rappresentare l’indizio di una fase originaria più antica, risalente ai decenni centrali del II sec. d.C.[40], con la cautela d’obbligo per una cronologia proposta esclusivamente su basi stilistiche e su una documentazione non di dettaglio. Inoltre la datazione ad età severiana delle terme centrali della città[41] invita a riflettere su una eventuale costruzione ex novo delle nostre terme occidentali nel medesimo periodo, a meno di non immaginare committenze diverse.

L’edificio fu poi restaurato per volontà degli imperatori Augusti Costantino e Valerio Licinio[42], come ricorda l’importantissima iscrizione che fu incisa sull’epistilio posto nel frigidarium, eradendo parte della decorazione originaria. L’iscrizione è databile fra il 313, come indica la titolatura imperiale, e il 324 d.C., anno in cui, a conclusione dei contrasti fra i due cognati, Licinio fu sconfitto da Costantino e mandato al confino.

[DD. NN. Flavius Valerius Consta]ntinus Maximus et Valerius Licinianus Licinius pii felices inv[i]cti semp[er Augusti]
[thermas - - -]+i temporis deformatas Laurentibus suis addito cultu restituerunt, curante Camilio Aspro v(iro) c(larissimo) cu[ratore - - -]

Il testo, inciso su due righe, corre sulle due fasce lisce al di sotto del fregio e, nonostante alcune parti mancanti, è ben comprensibile e per lo più integrabile con una certa sicurezza: gli imperatori restaurarono le terme (parola che doveva essere nella parte perduta), rovinate (deformatas) dal tempo e, abbellite di nuovi elementi decorativi (addito cultu), le restituirono ai Laurentes. Tale termine, che deriva dall’antica denominazione degli abitanti di questo tratto di costa, equivale in realtà a Lavinates, così come il nome Laurentum indica la stessa città di Lavinium[43]. La cura dei lavori fu del senatore Camilius Asper, appartenente all’ordine senatorio (vir clarissimus), che fu curator della città.

Il documento riveste una notevole importanza perché testimonia un interessamento diretto della casa imperiale verso Lavinium, un evergetismo che, oltre a rientrare nelle diffuse iniziative degli imperatori verso comunità meritevoli, promosse con lo scopo di rinsaldare la stabilità politica[44], fu dovuto probabilmente anche a qualche legame privilegiato fra il contesto locale, dove operavano membri di famiglie aristocratiche e alti funzionari statali, e i sovrani[45], e forse anche in relazione alle vaste proprietà imperiali che dovevano esistere lungo la costa fra Ostia e Lavinium[46].  Il fatto che la liberalitas degli imperatori si rivolga verso le terme, un tipo di impianto con complesse necessità di approvvigionamento, gestione e manutenzione, fa immaginare una discreta vitalità della città ancora in questo periodo[47], cosa che sembra indicata anche da altri documenti epigrafici[48] che ricordano dediche a Costanzo I[49], a Galerio e Costanzo[50] e una terza a Costantino o Costanzo[51].

[1] Attualmente le strutture non sono visibili nel dettaglio sia per motivi di sicurezza, sia perché in gran parte reinterrate o coperte per protezione. Ringrazio la famiglia Borghese per avermi consentito l’accesso al sito attraverso la loro tenuta e per avermi agevolato in ogni modo, con la consueta disponibilità, in occasione del mio recente sopralluogo.

[2] Questi materiali non sono attualmente rintracciabili. Una ricerca negli inventari del Museo Nazionale Romano (possibile grazie alla cortesia di Silvia Ghinaglia, che ringrazio), dove i pezzi avrebbero potuto essere depositati all’epoca, ha dato esito negativo.

[3] Nella pianta  c’è l’indicazione “terra”.

[4] Sul motivo dei pigmei sull’anfora v. Cèbe1967.

[5] Circa la metà del quarto lato del mosaico è mancante.

[6] Gli attributi del cirrus e dei cesti suggeriscono che si tratti di atleti professionisti.

[7] È stato ipotizzato che simili raffigurazioni possano rappresentare il vaso per contenere la sabbia o l’olio per gli atleti, oppure del premio per il vincitore: a tale proposito v. Pratesi 1989; Bohne 2011, pp. 194-196 e 201-202. Lo stesso tipo di vaso compare nel mosaico con pugili della caupona di Alexander Helix a Ostia, datata ai primi decenni del III sec. d.C. Su questo tema cfr. Newby 2002, p. 192.

[8] In realtà in questo caso potrebbe trattarsi anche di un ventaglio, oggetto utilizzato in palestra: cfr. a tale proposito Taglietti 2016, p. 381.

[9] Nielsen 1990, fig. 1, III.

[10] Nielsen 1990, II fig. 73, cat. 33, p. 6.

[11] Becatti 1961, pp. 59-60, n. 74, tav. CXVIII.

[12] Ceraudo, Vincenti 2015, pp. 260-262.

[13] Becatti 1961, tav. CXIV.

[14] Ora al Museo Nazionale Romano, pavimentava una latrina delle cellae vinariae Nova et Arruntiana: Bertinetti 1995; Rotondi 2012.

[15] Squillace 2018, p. 111.

[16] Tenuta Radicicoli: Donda 2006; Lungotevere della Farnesina già ricordato: v. nota 14.

[17] Di Jorio 2008; Squillace 2018.

[18] Cfr. ad es. la scena della parete Nord del peristilio della Casa dello Scultore a Pompei, VII, 24, 22, datata alla fine dell’età repubblicana-prima età augustea: PPM VIII, Regio VIII-Regio IX parte I, pp. 718-723, in part. figg. 5 e 7

[19] Sul tema cfr. Ceraudo, Vincenti 2015, p. 261, con bibl.

[20] Pompei, Casa di Paquio Proculo (I, 7, 1) (Versluys 2002, n. 34, pp. 99-100) e casa del Menandro (I, 10, 4) (Versluys 2002, n. 37, p. 108); per la diffusione dei motivi egittizzanti a Pompei v. Bellucci 2021. Ricordiamo inoltre il mosaico della c.d. villa di Cassio a Tivoli, ora al Museo Nazionale del Galles a Cardiff: Versluys 2002, n. 79.pp. 171-172.

[21] Ostia, necropoli dell’Isola Sacra, tomba 16: Becatti 1961, tav. CXIV, Versluys 2002, n. 81, pp. 173-174.

[22] Cfr. nota 14; terme di Aquinum: Ceraudo, Vincenti 2015.

[23] Ostia, forica delle Terme di Nettuno (II, IV), datate al 132-139 d.C.: Becatti 1961, tav. CXVIII e Versluys 2002, n. 1, pp. 43-45; frigidarium delle terme di Urvinum Hortense: Squillace 2018, Versluys 2002 n. 81, pp. 173-174; terme di Aquinum: Ceraudo, Vincenti 2015.

[24] Per un primo elenco v. Lucas 1904, p. 127, nota 1. Segnaliamo inoltre (senza pretesa di completezza): mosaico da Castrum Novum: Gianfrotta 1972, n. 52, p. 50, fig. 87, di fine II-inizi III sec. d.C.; Roma, Oratorio dei Sette Dormienti (III sec. d.C.):  Laurenzi 2012; Baia, mosaico datato fra età antonina ed età severiana: Davidde Petriaggi et alii 2020.

[25] Sul tema si rinvia a Newby 2005, pp. 45-68.

[26] Blake 1936, p. 163; Newby 2002, pp. 196-198

[27] Fiore 2004.

[28] Becatti 1961, n. 72, p. 52, tav. CXI; Newby 2002, pp. 180-181.

[29] Floriani Squarciapino 1985-1986, p. 110, fig. 16; Ead. 1986-1987; Newby 2002, pp. 189-192; David, Lombardo, Pappalardo 2019 con datazione del mosaico ad epoca severiana (p. 369); Turci 2019.

[30] Anche se sono raffigurati questi due oggetti, vaso e ramo di palma, probabilmente premi per i vincitori degli incontri, la scena non necessariamente si riferisce a gare realmente avvenute (v. per es. il mosaico delle Terme Marittime ad Ostia: Esposito, Olevano 2017; oppure quello della villa di Lucio Vero  sulla via Cassia: Caserta 2012, pp. 137-155; Dunbabin 2015), ma allude per lo più alle normali attività ginniche che si svolgevano nelle palestre. Sul tema si rinvia a Newby 2002.

[31] Questa maniera di rappresentare l’ombra sul terreno è molto diffusa nei mosaici ostiensi di età adrianea, anche se è attestata più oltre fino all’inizio del III: cfr. Floriani Squarciapino 1986-1987, pp. 171-172.

[32] Blake 1936, pp. 163-165, tav. 38, 1; Valenti 2003, n. 497, pp. 258-259; Manas Romero 2004, p. 173, fig. 4..

[33] Blake 1936; Becatti 1961, n. 148, p. 88, tav. CX; Pansini 2020.

[34] I miei ringraziamenti a Francesca Caprioli e Zaccaria Mari per i preziosi e generosi consigli su questo tema.

[35] Si rinvia su questo tema a Brilliant 1967, pp. 81-82, con bibl.: agli esempi elencati dall’A. possiamo aggiungere  la lunetta di portale dall’anfiteatro di Pozzuoli, datato tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C.: Demma 2007, n. 25, pp. 258-260; tra gli esempi in area provinciale segnaliamo il fregio in pietra locale al Museo di Perigueux: Pensabene 2023, p. 81, fig. 2. Nel periodo di Aureliano il mascherone acantiforme è inserito in fregi che si arricchiscono di “peopled scrolls”: cfr. MNR I, 9, 1.5d-f, pp. 20-25. Cfr. inoltre Neu 1972, pp. 85-94.

[36] Brilliant 1967, pp. 81-82, tav. 25b.

[37] Brilliant 1967, fig. 11.

[38] Pensabene 1973, n. 339; Pensabene 1996, p. 202, fig. 15.

[39] Cfr. Pensabene, Caprioli 2018, p. 212.               .

[40] Rientrerebbe nel noto fervore nella costruzione di edifici termali, in particolare con finanziamenti imperiali, nel periodo adrianeo e degli Antonini cfr. Jouffroy 1986, pp. 125-129.

[41] Cfr. il contributo di L. Ebanista in questo volume.

[42] Per la bibliografia relativa si veda la scheda EDR079257. L’edizione più completa dell’iscrizione si deve a Granino Cecere1982, dalla quale sono tratte tutte le notizie che qui si riportano.

[43] Su questo tema si rinvia a Castagnoli 1972, pp. 85-90. L’equivalenza è documentata in questo stesso periodo dall’iscrizione che ricorda l’ordo Laurentium Lavinatium: Ephemeris Epigraphica IX, 592 = LSA 1677; inoltre dalla denominazione del collegium dendrophorum L(aurentium) L(avinatium): AE 1998, p. 282.

[44] Anche in altre città, quali ad esempio Aquileia e Spoleto, i costanti nidi, come documentano iscrizioni analoghe, intervennero per il restauro delle terme: cfr. Cuscito 2016, p. 1139.

[45] Cfr. Cecconi 1994, pp. 124-125.

[46] Cfr. Maiuro 2012, pp. 262-265.

[47] Liverani 2021, p. 966.

[48] Si veda il contributo di David Nonnis in questo stesso volume.

[49] CIL XIV, 2075.

[50] CIL XIV, 2076.

[51] Ephemeris Epigraphica IX, 592 = LSA 1677.

  • Fig. 1
    Planimetria delle terme occidentali (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, dis. N. 319, V. Buccolini, 30/10/1963)
  • Fig. 2
    Ambiente N con pavimentazione marmorea su sospensurae (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, neg. 13825)
  • Fig. 3
    Rivestimenti marmorei delle pareti (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, neg. 3944)
  • Fig. 4
    Veduta dell’ambiente M (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, neg. L 75 2682)
  • Fig. 5
    Gradini di accesso alla vasca del frigidarium (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri)
  • Fig. 6
    Lavori di anastilosi dell’epistilio del frigidarium (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, neg. 23716)
  • Fig. 7
    Colonna ed epistilio con del frigidarium, lato est (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, neg.E 26576, anno 1965)
  • Fig. 8
    Disegno ricostruttivo del frigidarium (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, dis. N. 322)
  • Fig. 9
    Planimetria parziale delle terme con indicazione dei reperti rinvenuti (Archivio Soprintendenza sabap-rm-ri, dis. N. 318)

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M.J. Versluys, Aegyptiaca Romana: Nilotic Scenes and the Roman Veiws of Egypt, Leiden 2002

Linea di intervento realizzata con il sostegno della Regione Lazio per Biblioteche, Musei e istituti similari, Ecomusei e Archivi
Piano annuale 2023, L.R. 24/2019