Il culto imperiale a Lavinium

Paolo Liverani

Gli scavi dell’Università Sapienza di Roma a Lavinium a partire dal 1986 hanno interessato l’area centrale, dove si sospettava potesse trovarsi il centro della città di età imperiale, in base alle notizie su rinvenimenti durante l’impianto della vigna esagonale al centro del pianoro risalente al 1890 circa.[1]

Tralasciando le fasi più antiche, sono stati identificati tre lati di una piazza porticata (fig. 1) piuttosto vasta (circa m. 38x62). Sul lato corto nord-occidentale si trovava un tempio e una struttura quadrangolare di funzione incerta (una curia?),[2] mentre sul lato sud-occidentale si apriva una serie di stanze allungate nel senso parallelo al porticato[3] (fig. 2).

Le stanze e il portico, purtroppo danneggiati dalle trincee della vigna ottocentesca, sono costruiti in un’opera mista di opera reticolata con ricorsi in laterizio. Tra gli ambienti scoperti, quello centrale ha un’importanza particolare per le dimensioni e per il pavimento a mosaico, inoltre la sua ampia porta a due battenti corrispondeva nel portico allo spazio di tre pilastri in laterizio, dei quali quello centrale era a pianta quadrata, mentre i laterali erano formati da semicolonne disposte specularmente. Si può anche aggiungere che, benché non si conosca con certezza il limite sud-orientale della piazza, è probabile che la stanza in questione si trovasse in corrispondenza dell’asse minore del foro, il che costituirebbe un’ulteriore sottolineatura della sua rilevanza.

Il portico e gli ambienti lasciano intravedere una fase anteriore, senza che sia stato possibile definirne in maniera precisa la pianta. Diversi frammenti di lastre in terracotta di rivestimento decorate a rilievo, le cd. lastre Campana,[4] sono stati trovati reimpiegati negli ambienti adiacenti al vano mosaicato: si può pensare che fossero pertinenti in origine al portico e inducono a datare all’età augustea la prima fase edilizia. Nella pavimentazione del portico, inoltre, è stata rinvenuta una moneta di Domiziano databile all’87 d.C.,[5] che fissa un sicuro terminus post quem per la seconda fase in accordo con quanto è desumibile dalla tecnica edilizia, orientando verso una datazione della struttura entro la fine del I sec. d.C.

Il vano mosaicato ha proporzioni allungate con larghezza doppia rispetto alla profondità. Addossato al suo lato di fondo era un podio in muratura, gravemente danneggiato dai lavori agricoli, che presenta due fasi successive. All’interno del vano sono stati rinvenuti i frammenti di diverse sculture di buon livello con ritratti imperiali giulio-claudi.

Va ricordato innanzitutto il ritratto di Augusto del tipo Prima Porta[6] (cfr. scheda catalogo **). È presente inoltre un ritratto di Tiberio[7] del tipo Copenaghen 624 (fig. 3): il suo stato di conservazione è migliore di quello dell’Augusto e il volto presenta solo piccole scheggiature, ma il retro mostra una lavorazione meno rifinita. Sulla base dei lati del collo è evidente una lavorazione a gradina, che intacca il modellato e la capigliatura, eseguita per adattare la testa inserendola in una statua: probabilmente si trattava di un togato in quanto la rilavorazione sale dai lati verso la nuca in maniera relativamente simmetrica.

Anche la testa di Claudio[8] si presenta in buono stato di conservazione (fig. 4). Si tratta di una replica del tipo principale, ma la cura nella rifinitura è minore rispetto agli altri ritratti: nella parte posteriore la capigliatura è lasciata grezza, indice di una sua esposizione accostata alla parete. Considerando il fatto che sul lato sinistro la parte non rifinita si spinge più avanti che sul destro e tenendo conto di alcune piccole correzioni ottiche, come il sopracciglio sinistro leggermente più alto del destro o lo zigomo sinistro più prominente dell’altro, si può dedurre che la posizione del volto dovesse essere ruotata leggermente alla sua sinistra.

Sono stati inoltre rinvenuti i frammenti di altre tre statue. La meglio conservata è un togato di dimensioni leggermente superiori al naturale, ricomposto da più frammenti (fig. 5). La figura gravita sulla gamba sinistra, mentre la destra è leggermente ritratta; alla base, sulla sua sinistra, si riconosce la tradizionale capsa cilindrica per contenere volumina. La mano sinistra, mancante, era realizzata a parte e così pure l’avambraccio destro che sporgeva dalla toga.

Le pieghe sono rigonfie, divise da solchi in cui si indovina il lavoro del trapano corrente, benché ripreso dallo scalpello; l’ampio sinus della toga ricade appena sopra il ginocchio, mentre il ricco umbo a forma di U esce dal balteus abbastanza in alto. Si tratta di caratteri che orientano verso una datazione tra l’età claudia e la prima età flavia.[9]

La seconda statua è conservata in maniera molto parziale (fig. 6). Il frammento principale comprende la schiena nuda di una figura maschile; verosimilmente possono essere attribuiti alla stessa statua cinque frammenti delle gambe, uno del piede sinistro, uno del braccio e uno del panneggio. Nella parte inferiore della schiena la lavorazione a gradina fa pensare che la statua fosse realizzata montando parti realizzate separatamente: si deve trattare della linea di inserzione del busto nella parte inferiore del tronco, che doveva essere mascherata dalle pieghe del manto avvolto attorno alle reni. La statua dunque rappresentava una figura a torso e piedi nudi tipo Hüftmantel.

Il dettaglio dei piedi nudi è un elemento di eroizzazione e potrebbe far pensare a un ritratto postumo di un imperatore divus, tuttavia una simile conclusione non è sicura: la discussione attorno a questo dettaglio sollevata a proposito dell’Augusto di Prima Porta è il caso più famoso. Klaus Fittschen, infatti, ha mostrato come esistano immagini monetali di Augusto coniate subito dopo la battaglia di Azio, mentre era ancora giovane.[10]

Infine l’ultima scultura recuperata è una statua femminile panneggiata (fig. 7). Manca della parte superiore, ma doveva anch’essa essere realizzata in parti separate, come mostra la traccia di un perno nella parte superiore. Il retro è piatto e trascurato, ma nella parte anteriore il trattamento delle pieghe del manto è piuttosto buono e disinvolto.

Si tratta di un tipo iconico assai diffuso nella ritrattistica dei personaggi femminili della famiglia giulio-claudia, che deriva dal tipo di Cerere. Se ne possono citare numerosi esempi, tra i quali ricordo solo la statua di Livia nelle vesti di Cerere assimilata alla Tyche cittadina da Leptis Magna,[11] la statua dall’Odeion di Cartagine con una testa di Livia di pertinenza non certa,[12] la statua acefala identificabile con certezza come Livia per via epigrafica da Gozo sull’isola di Malta,[13] la Drusilla da Veleia,[14] la statua con ritratto di Antonia Minore da Nîmes[15] e la lista potrebbe continuare ancora a lungo.[16]

In sintesi: sono presenti tre ritratti e tre statue, senza che sia possibile capire se qualcuno dei ritratti possa essere associato a una delle due statue maschili. Certamente il Tiberio e il Claudio non possono essere pertinenti alla statua frammentaria tipo Hüftmantel perché il primo verosimilmente è pertinente a un togato, il secondo ha un trattamento della parte posteriore molto trascurato, che contrasta nettamente con la qualità della schiena del torso conservato.

D’altra parte il Tiberio non sembrerebbe conciliarsi con la statua di togato per cronologia e dimensioni. Resta la possibilità che l’Augusto possa essere pertinente alla statua frammentaria tipo Hüftmantel, ma su questo serviranno più accurate verifiche e al momento resta un’ipotesi di lavoro. Infine la statua femminile tipo Cerere potrebbe conciliarsi bene con una Livia, ma non si può escludere un altro personaggio della famiglia giulio-claudia.

In conclusione abbiamo un complesso di cinque o sei statue, ma, data la frammentarietà dei rinvenimenti, è legittimo pensare che altre sculture fossero presenti e siano andate perdute o che siano da ricercare tra quelle rinvenute nei secoli passati. A titolo esemplificativo si possono ricordare quelle disegnate dal Volpi al principio del XVIII secolo,[17] o quelle che si trovano nel castello Borghese di Pratica di Mare.

Se torniamo alla pianta dell’ambiente in cui sono state rinvenute le sculture, possiamo fare alcune semplici osservazioni. Innanzitutto il bancone su cui evidentemente poggiavano le statue, è costruito sul mosaico, dunque in una seconda fase. Tale bancone venne allungato alle due estremità in una terza fase. Dobbiamo dedurne che la sistemazione originale fosse diversa: potremmo immaginare una base assai più ristretta per una o due statue, successivamente nascosta o sostituita dal bancone in muratura della seconda fase. Questo bancone misura circa quattro metri di lunghezza: possiamo immaginare che offrisse spazio sufficiente per esporre tre o quattro ritratti. L’ampliamento della terza fase portò il bancone a una lunghezza quasi doppia: poco meno di otto metri. Ne consegue che dobbiamo verosimilmente raddoppiare anche il numero delle statue che vi erano esposte arrivando fino a otto statue, cinque o sei delle quali ci sarebbero giunte in stato più o meno frammentario.

Possiamo ora entrare più nel dettaglio della cronologia delle sculture: la più antica è il ritratto di Augusto, verosimilmente postumo (cfr. scheda ***). I ritratti di Tiberio e Claudio possono essere datati ancora nel corso dei rispettivi periodi di regno, il togato potrebbe scendere fino alla prima età flavia, mentre è più difficile giudicare il torso tipo Hüftmantel, data la sua frammentarietà. Una datazione tra Tiberio e Claudio è probabile: come si è detto potrebbe trattarsi del corpo della statua di Augusto.

Infine abbiamo la statua femminile: Livia è il primo nome che viene in mente, sulla base delle attestazioni sopra citate in cui il tipo è stato utilizzato per l’imperatrice, ma – come si è detto – esistono anche altre possibilità. In ogni caso una datazione tra Tiberio e Claudio sembrerebbe anche in questo caso la più verosimile.

Il fatto che sia possibile concentrare la datazione del gruppo all’interno di questo periodo, forse spingendoci fino a Vespasiano per il togato, non significa però che si debba considerare il gruppo come realizzato secondo un progetto unitario o in un paio di fasi. È invece evidente che ogni statua è stata realizzata da una diversa bottega, sia per ragioni tecniche e stilistiche, che per le dimensioni. A differenza di altri gruppi giulio-claudi in cui si riescono a individuare una o più fasi coerenti, a Lavinium dobbiamo piuttosto pensare a un accrescimento progressivo, che seguiva da un lato l’evoluzione della dinastia giulio-claudia, dall’altro le disponibilità dei notabili locali.

D’altra parte va tenuta presente la datazione dell’ambiente e del portico alla tarda età flavia: si deve ipotizzare che esistesse un precedente ambiente – verosimilmente quello della prima fase – in cui almeno alcune delle sculture esaminate fossero esposte e che esse fossero state riallestite nella struttura rinnovata nella sua seconda fase. Anche in età flavia, però, il numero delle sculture fu accresciuto progressivamente, come mostra la successione delle fasi del bancone, eventualmente riunendo statue più antiche, che si trovavano in punti differenti del centro monumentale cittadino, di cui conosciamo ancora solo una piccola parte.

Aggiornamenti di questo tipo non hanno evidentemente nulla di inverosimile. Si possono ricordare i rimaneggiamenti di età flavia all’apparato decorativo scultoreo noti ad Ercolano nel complesso identificato variamente come basilica, augusteo o portico del foro,[18] dove, accanto ai ritratti giulio-claudi, si trova anche la statua loricata di Tito e abbiamo menzione epigrafica di altre dediche di età flavia.[19]

A Roselle l’Augusteo presenta varie fasi a partire dall’età augustea con la costruzione di un bancone sulla controfacciata quando le nicchie previste in costruzione non bastarono più.[20] In quel caso l’ultimo ritratto, la statua loricata maggiore del vero, va probabilmente attribuito a Domiziano.[21]

Al di fuori dell’Italia si pensi all’Augusteo di Narona, nel foro della città, dove l’originario bancone posto sul lato di fondo fu ampliato con due ali lungo le pareti laterali per ospitare le dediche successive.[22] La statua più tarda è il togato n° 8, a cui è stato attribuito il ritratto di Vespasiano.[23]

A Conimbriga in età flavia abbiamo un completo e radicale rifacimento di tutto il complesso del foro rispetto alla sistemazione giulio-claudia. Nel nuovo foro trovano posto anche le statue della precedente dinastia, tra cui una statua di Augusto alta tre metri giuntaci solo in frammenti.[24]

Tornando in Italia potremmo infine ricordare il caso del foro di Scolacium dove gli scavi hanno identificato due sale allungate davanti alle quali correva un portico. La maggiore presentava un’abside nel quale si può ricostruire la presenza di una statua imperiale maggiore del naturale (di cui resta solo una mano) affiancata da due statue di minori dimensioni, di cui si conserva solo l’impronta delle basi nel pavimento.[25] Nel portico erano quattro statue di togati, conservatesi nella loro posizione fino all’abbandono di VI secolo. Il fatto interessante è che le strutture appena descritte risalgono alla seconda metà del II secolo o addirittura al III e che i togati sono tutti reimpiegati utilizzando parti di sculture più antiche (uno dei togati è addirittura tardorepubblicano) e parti nuove o – per così dire – “aggiornate” secondo lo stile del III secolo.

Per concludere va affrontata l’identificazione del vano mosaicato del foro di Lavinium sopra descritto. Le prime interpretazioni hanno proposto di riconoscervi il locale Augusteo,[26] il luogo delle onoranze per la famiglia imperiale e del culto degli imperatori divi, mentre altri hanno proposto di riconoscervi la sede di un collegio.[27] In mancanza di documentazione epigrafica che avrebbe potuto aiutare a definire i dedicanti, l’incertezza riguarda l’alternativa tra considerare il vano un luogo di culto pubblico ovvero una struttura legata alle attività degli Augustali, il collegio che si dedicava alle onoranze per la famiglia imperiale e degli imperatori divi, la cui connotazione era per così dire semipubblica, come mostra un’iscrizione di età traianea proveniente da Caere, che attesta la concessione fatta dai decurioni della città di uno spazio sotto il portico della basilica Sulpiciana, come luogo di riunione per gli Augustali.[28]

Una difficoltà ulteriore nasce dal fatto che né gli Augustea, né tantomeno le sedi degli Augustali hanno un tipo architettonico fisso e facilmente riconoscibile, ma adottano piuttosto una varietà di soluzioni che dipendono di volta in volta dalla situazione locale.

Vanno ricordati però anche alcuni elementi che possono orientare la scelta. Innanzitutto la posizione enfatica del vano sull’asse NE-SO del foro lo segnala come un ambiente di particolare importanza; in secondo luogo non abbiamo finora menzione di Augustali a Lavinium e d’altra parte l’attività dei membri di questi collegi come dedicanti di statue imperiali è decisamente sopravvalutata poiché a ben vedere trova scarsa corrispondenza nella documentazione. Conosciamo solo una dedica, verosimilmente di una statua imperiale, e una seconda più generica in honorem domus divinae,[29] entrambe di età tiberiana e provenienti da Lucus Feroniae. Un terzo caso – quello del gruppo di statue imperiali nel portico di Ercolano dedicate da L. Mammius Maximus[30] – non è di chiaro inquadramento, in quanto benché sia noto da altre iscrizioni che il donatore fosse stato un augustale, tuttavia Maximus non si dichiara tale in queste dediche, forse perché non rivestiva ancora tale carica.

Infine un’importante novità è emersa dal prosieguo degli scavi che hanno individuato nell’aula più meridionale della serie un sacello dedicato a Iside.[31] In sintesi: di fronte all’assenza di indicazioni circa l’esistenza di Augustali a Lavinium e più in generale sulla loro attività come dedicanti di statue imperiali, abbiamo segnali che attestano l’importanza dell’ambiente, che si trova privilegiato anche rispetto al sacello dedicato a Iside sullo stesso lato del foro. Sia pure con le cautele del caso, si può concludere dunque a favore dell’identificazione dell’ambiente come Augusteo della città, anche se alquanto modesto, come modesto doveva essere il livello della città in epoca imperiale.

[1] G. Tomassetti, “Scoperte suburbane”, in BC XXIII, 1895, pp. 143-144; F. Castagnoli, Lavinium I. Topografia generale, fonti e storia delle ricerche, Roma 1972, pp. 21, 28 n. 3; Fenelli, Guaitoli 1990, p. 186; Fenelli 1995, pp. 540-542, nota 11; M. Fenelli, “Iside a Lavinio”, in Orizzonti 20, 2019, pp. 129-131.

[2] A. Jaia, “Edifici di culto a Lavinium in età medio repubblicana tra continuità e innovazione”. in L. M. Caliò, J. Des Courtils (a cura di), L’architettura greca in occidente nel III secolo a.C., Atti del Convegno - Pompei-Napoli 20-22 maggio 2015, pp. 265-267.

[3] Fenelli, Guaitoli 1990, pp. 185-192; Fenelli 1995.

[4] Fenelli, Guaitoli 1990, p. 190, figg. 12-14; Fenelli 1995, p. 538 fig. 2.

[5] Fenelli 1995, p. 538.

[6] Fenelli, Guaitoli 1990, p. 189, fig. 9; Rose 1997, p. 92, n. 17.1; D. Boschung, Die Bildnisse des Augustus, Das römische Herrscherbild 2, Berlin 1993, p. 75, 158, cat. n. 117, tav. 157,1; Boschung 2002, p. 54 n. 10.1, tav. 36.1; Wohlmayr 2004, p. 88.

[7] Fenelli, Guaitoli 1990, pp. 189-190, fig. 10; Rose 997, p. 92, n. 17.2; Boschung 2002, p. 54 n. 10.2, tav. 36.2; Wohlmayr 2004, p. 88.

[8] Fenelli, Guaitoli 1990, p. 190, fig. 11; Rose 1997, p. 92, n. 17.3; Boschung 2002, p. 54 n. 10.3, tav. 36.3; Wohlmayr 2004, p. 88.

[9] H. R. Goette, Studien zu römischen Togadarstellungen, Mainz 1990, pp. 35-41.

[10] K. Fittschen, “Zur Panzerstatue in Cherchel”, in JdI 91, 1976, pp. 207-208.

[11] Winkes 1995, n. 107; Bartman 1999, n. 74.

[12] Winkes 1995, n. 109; Bartman 1999, n. 67.

[13] Winkes 1995, n. 124; Bartman 1999, n. 20.

[14] Boschung 2002, p. 26 n. 2.8, tav. 17.1.

[15] D. Terrer, in P. Garmy – M. Monteil (a cura di), Le quartier antique des bénédictins à Nîmes (Gard). Découvertes anciennes et fouilles, 1966-1992, Paris 2000, pp. 321-325, n. 3.5.1, figg. 176-177.

[16] Statua dall’Odeion di Cartagine con testa di Livia di pertinenza non certa: Winkes 1995, n. 109; Bartman 1999, n. 67. Statua con testa di Livia non pertinente: Winkes 1995, n. 75. Statua acefala da Porto Torres: E. Equini Schneider, Catalogo delle sculture romane del Museo Nazionale “G.A. Sanna” di Sassari e del comune di porto Torres, Sassari 1979, pp. 29-30, n. 16, tav. 19; D. Kreikenbom, Griechische und römische Kolossalporträts bis zum späten ersten Jahrhundert nach Christus, JdI Erg.H 27 Berlin-New York 1992, p. 250, V.30, tav. 30d; statua acefala da Caere: Boschung 2002, p. 87 n. 25.10, tav. 72.2. Cfr. anche L. Villard, LIMC VIII (1997), s.v. Tyche, p. 122 n. 73; A. Filges, Standbilder jugenbildlicher Göttinen, Böhlau 1997, p. 245, n. 20, fig. 20, Kore-Persefone tipo Berlin/London.

[17] J. R. Vulpius, Vetus Latium Profanum VI, Patavii 1734, p. 117, tavv. II-III; F. Castagnoli, Lavinium I. Topografia generale, fonti e storia delle ricerche, Roma 1972, p. 17, figg. 16-17.

[18] Sull’interpretazione del complesso indicato tradizionalmente come “basilica” cfr. M. Pagano, “La nuova pianta della città e di alcuni edifici pubblici di Ercolano”, in CronErc 26, 1996, 242-243 nota 86 (Augusteo); Wohlmayr 2004, pp. 71-81 (spazio per il culto imperiale)); A. Allroggen-Bedel 2008 (centro di culto imperilae); A. Wallace-Hadrill 2011 (Porticus [Augustana]); D. Esposito, D. Camardo 2013 (porticus).

[19] Boschung 2002, pp. 119-125.

[20] P. Liverani, C. Grassi, “Il Foro di Rusellae e il suo Augusteo”, in Atti del convegno “Archeologia in Toscana”, in corso di stampa.

[21] P. Liverani, G. Verri, U. Santamaria 2018; P. Liverani, S. Bracci, R. Iannaccone, S. Lenzi, D. Magrini 2023.

[22] E. Marin 2021.

[23] Ibid., pp. 355-356 n. 8, figg. a pp. 246-247.

[24] Boschung 2002, pp. 125-127.

[25] C. Donzelli 1989; Boschung 2002, pp. 127-128.

[26] Fenelli, Guaitoli 1990, p. 189; Rose 1997, p. 91.

[27] B. Bollmann 1998, A49 a causa delle fasi molteplici del bancone ritiene che originariamente si trattasse di una taberna trasformata in “un collegio di culto privato o semipubblico”, tuttavia le dimensioni, la posizione e la presenza del mosaico fanno pensare a una connotazione pubblica e i confronti presentati (Alba Fucens A 66, Lucus Feroniae A 73, Ordona A 59) sono alquanto differenti e difficilmente paragonabili; Wohlmayr 2004, p. 87 parla di una “sala per il culto e l’esposizione con adiacenti sale di riunione (?) per un collegio”.

[28] CIL XI, 3614: locus publice in angulo porticus basilic(ae) daretur, quod se Augustalib(us) phetrium publice exornaturum sec̣undum dignitat(em) municipi polliceretur.

[29] Rispettivamente AE 1988, 549 (27-28 d.C.); AE 1978, 295 = AE 1988, 553 (33 d.C.); I. Cogitore 1992; M. L. Laird 2015. In entrambi i casi le dediche sono approvate dai decurioni.

[30] Cfr. Supra nota 17.

[31] M. Fenelli, “Iside a Lavinio”, in Orizzonti 20, 2019, pp. 129-133.

  • Fig. 1
    L’area del Foro di Lavinium
  • Fig. 2
    Lavinium: edifici del lato corto NO del foro.
  • Fig. 3
    Lavinium: serie degli ambienti del lato lungo SE del foro.
  • Fig. 4
    Lavinium: sequenza degli ambienti posti sul lato lungo SE del foro; in primo piano il presunto sacello o base della statua di Iside.
  • Fig. 5
    Lavinium: mano in marmo bianco che impugna il sistro.
  • Fig. 6
    Lavinium: scavo del lato lungo SE del foro con in primo piano le devastazioni procurate dallo scavo delle trincee della vigna ottocentesca.
  • Fig. 7
    Statua femminile acefala di un tipo utilizzato in origine per Cerere

Bibliografia

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Allroggen-Bedel “L’Augusteum,” in M. P. Guidobaldi (a cura di), Tre secoli di scoperte (catalogo della mostra – Napoli 2008), Milano 2008, pp. 35-45

 

  • Wallace-Hadrill 2011
  • Wallace-Hadrill, “The monumental centre of Herculaneum: in search of the identities of the public buildings”, in JRA 24, 2011, pp. 121-160 (Porticus [Augustana]);

 

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  1. Bollmann, Römische Vereinshäuser. Untersuchungen zu den Scholae der römischen Berufs-, Kult- und Augustalen-Kollegien in Italien, Mainz 1998, pp. 355-356,

 

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  1. Esposito, D. Camardo 2015
  2. Esposito, D. Camardo, “La ‘Basilica Noniana’ di Ercolano”, in RM 119, 2013, pp. 251-254; M. L. Laird, Civic Monuments and the Augustales in Roman Italy, Cambridge 2015, pp. 222-234 (porticus).
  3. Donzelli, “Considerazioni sul gruppo statuario del complesso celebrativo forense”, in BdA 56-57, 1989, pp. 65-76;

 

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  1. Fenelli, M. Guaitoli, “Nuovi dati dagli scavi di Lavinium”, in ArchLaz X, 1990, pp. 182-193

 

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  1. Fenelli, “Lavinium. Scavi nell’area centrale”, in ArchLaz XII.2, 1995, pp. 537-549
  2. L. Laird, Civic Monuments and the Augustales in Roman Italy, Cambridge 2015, p. 222

 

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Ch. B. Rose, Dynastic Commemoration and Imperial portraiture in the Julio-Claudian Period, Cambridge 1997

 

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  1. Liverani, S. Bracci, R. Iannaccone, S. Lenzi, D. Magrini, “New evidence about the polychromy of Early Imperial cycle from the Augusteum of Rusellae (Tuscany)”, in Heritage 6, n. 4, 2023, pp. 3397-3399.

 

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  1. Winkes, Livia Octavia Iulia. Porträts und Darstellungen, Providence (Rhode Island) - Louvain-La-Neuve 1995

 

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  1. Wohlmayr, Kaisersaal. Kultanlagen der Augustalen und munizipale Einrichtungen für das Herrscherhaus in Italien, Wien 2004

 

 

 

 

 

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