Il territorio del Comune di Pomezia, solo in parte corrispondente, nelle diverse fasi storiche, all’ager della antica città di Lavinium[1], è stato oggetto di ricognizioni di superficie sin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, nell’ambito delle attività condotte dall’Istituto di Topografia Antica, finalizzate alla redazione della Carta Archeologica[2], ormai in avanzata fase di preparazione (fig. 1).
Tali indagini hanno permesso di ricostruire in maniera diacronica le dinamiche di popolamento del territorio dall’epoca protostorica alla fine dell’età antica, interpretandole in relazione con le fasi di sviluppo urbano del centro, che venivano progressivamente a delinearsi attraverso i dati di scavo.
Il paesaggio di questo settore del Lazio antico, compreso tra le estreme propaggini dei Colli Albani e la linea di costa, profondamente associato alle memorie virgiliane[3], si caratterizzava per la presenza di ampi bacini lagunari in corrispondenza del litorale, definitivamente bonificati solo negli anni Venti del secolo scorso[4], all’interno dei quali sfociavano corsi d’acqua, un tempo di discreta portata, derivanti dal Massiccio laziale[5]. Il territorio era coperto da un fitto manto boscoso (la silva Laurentina) intervallato da radure e ricco di sorgenti[6]. Si tratta, in altre parole, di un areale che offriva una grande abbondanza di risorse e di elementi attrattivi per l’insediamento, almeno nelle fasi protostorica ed arcaica: i bacini costieri, oltre a garantire le note possibilità di approdo[7], permettevano pesca e caccia in laguna e rendevano possibili le attività di estrazione del sale[8] o, per le fasi più tarde, la pratica della piscicoltura, altrove realizzata all’interno di grandi peschiere[9]. Accanto alla abbondante disponibilità di legname e di acqua dolce, va ricordata poi la presenza dei ricchi banchi di argille azzurre affioranti nell’area di Campo Selva, poco a S della città antica, sfruttati per la manifattura ceramica sino al secondo dopoguerra, e le possibilità di estrazione dello zolfo esistenti nella zona della Solforata, lungo la via per Alba, collegata dalla tradizione al mitico oracolo di Albunea[10], o nel territorio di Ardea, all’Acqua Solfa[11].
L’insieme delle caratteristiche così sinteticamente delineate ha agito come fattore attrattivo dell’insediamento all’interno dell’intera regione costiera e ha determinato l’aggregazione dei primi nuclei delle future città storiche sui rilievi collinari in vista del mare, a controllo dei punti di approdo garantiti dai bacini lagunari, come pure la progressiva occupazione del territorio che, sulla base dei dati di ricognizione, sembra avviarsi durante l’età protostorica, per divenire particolarmente consistente nel corso della fase arcaica e medio-repubblicana e rinnovarsi intorno alla fine del IV sec. a.C., nel momento dell’ingresso di Lavinium nello Stato romano, a seguito della sconfitta del 338 a.C.
Solo a partire dall’età tardo-repubblicana, in particolare nel corso del II sec. a.C., i dati di ricognizione segnalano una rarefazione delle forme di occupazione del territorio, allorché iniziano a produrre esiti apprezzabili una serie di fenomeni, più volte richiamati, che sembrano determinare una progressiva marginalizzazione del settore costiero sotto il profilo politico ed economico: l’apertura del rettifilo dell’Appia, che valorizza il comprensorio albano nelle comunicazioni con Roma a discapito dell’area litoranea, ancora attardata sotto il profilo infrastrutturale; il lento processo di insabbiamento delle lagune, non più funzionali all’approdo a causa dell’aumentato pescaggio delle imbarcazioni[12]; il passaggio, nella cerealicoltura, a un sistema basato su grani nudi, maggiormente produttivi rispetto alle specie vestite ma adatti a terreni piuttosto morbidi e asciutti, poco soggetti ai fenomeni di saturazione idrica consueti nella zona in esame[13]; la più volte richiamata crisi della piccola proprietà contadina, conseguenza della guerra annibalica, degli arruolamenti prolungati del ceto contadino e della violenta temperie della tarda Repubblica[14].
E’ proprio nel corso dell’età tardo-repubblicana, dunque, che affonda le proprie radici la fisionomia delle dinamiche insediative caratteristica della fase imperiale, allorché questo settore del Lazio antico, stando almeno alla testimonianza delle fonti, appare come un comprensorio sostanzialmente improduttivo, marginale dal punto di vista della capacità economica e profondamente dipendente dalla presenza di residenze d’ozio dell’élite dirigente romana, collocate lungo la linea di costa, sui primi rialzi della duna litoranea. La presenza di tali organismi condizionerebbe, in questa fase, le forme e i modi di popolamento dell’area, che sarebbe stabilmente occupata solo da esponenti delle classi subalterne, a vario titolo incaricati del mantenimento e della gestione degli interessi collegati alle esigenze del ceto dominante[15].
Effettivamente, attraverso le indagini di superficie, a partire dall’epoca tardo-repubblicana si percepisce una progressiva ma netta rarefazione del popolamento nelle aree più interne, unitamente alle prime attestazioni di insediamenti a carattere residenziale lungo la linea di costa, ben distinguibili in quanto caratterizzati, oltre che da elementi decorativi di pregio, dall’impiego a livello di tecnica costruttiva dell’opera cementizia, con paramento dapprima in reticolato e, successivamente, in laterizio e/o in opera mista o listata. Al riguardo, è significativo notare che, invece, gli impianti a vocazione produttiva, nell’area indagata, mantengono in modo univoco, sino a tutta l’età imperiale, strutture realizzate con zoccolature in tegole poste di piatto o, meno frequentemente, in bozze di tufo e di peperino, con alzati “a graticcio” e coperture in tegole, secondo le prassi di epoca medio-repubblicana (fig. 2).
Altrettanto significativo appare il fatto che, attraverso i (purtroppo) rari interventi di scavo condotti nel territorio, emergano, proprio a partire dalla tarda Repubblica, indizi che depongono in favore di una possibile riconversione del sistema dell’insediamento produttivo, non più orientato al (solo) sfruttamento agricolo ma ormai re-indirizzato alla lavorazione dei prodotti dell’allevamento. Nel corso di un fortunato intervento di emergenza condotto nei primi anni Duemila, infatti, è stato possibile portare alla luce, nell’immediato suburbio di Lavinium, un insediamento che si presenta attivo dall’epoca medio-repubblicana, allorché appare destinato allo sfruttamento agricolo, ma che risulta essere stato completamente riconvertito, nel corso del II sec. a.C., a manifattura attrezzata per la lavorazione della lana (fig. 3 – fig. 4). L’edificio prosegue la sua attività anche nella prima età imperiale, con successivi interventi di ampliamento e ristrutturazione[16].
Il complesso delle evidenze raccolte, insomma, sembra indicare, tra la tarda Repubblica e il principio dell’Impero, l’emergere di una serie di processi che dovettero ridefinire tanto il profilo insediativo, quanto la fisionomia produttiva della zona in esame; tra questi, la presenza di proprietà e interessi riferibili al ceto dirigente romano suggerisce anche la possibile attivazione di forme di ristrutturazione del regime della proprietà terriera, difficilmente apprezzabili sulla base delle indagini di superficie. All’interno dell’area indagata, del resto, sono stati riconosciuti un numero piuttosto limitato di grandi organismi residenziali[17], generalmente posti sulla sommità della duna, tra la laguna costiera e il mare, in corrispondenza della foce dei corsi d’acqua, a controllo delle possibilità di approdo e di sfruttamento dei bacini salmastri. Grandi complessi residenziali sono stati individuati, però, anche in coincidenza di elementi assai significativi del paesaggio virgiliano dell’area, a riprova di una linea di tendenza, già altrove evidenziata[18], orientata alla progressiva appropriazione delle memorie mito-storiche da parte di esponenti del ceto dirigente; significativa, ad esempio, la posizione della villa sorta presso il santuario di Sol Indiges, di cui è stata indagata solo parte del settore termale (fig. 5), in opera laterizia. Altrettanto notevole, il grande complesso cd. della Madonnella, collocato in posizione interna, nei pressi dell’Heroon di Enea e del Santuario dei XIII Altari, per cui limitati saggi di scavo hanno evidenziato fasi di II sec. d.C.[19] (fig. 6). In rapporto a quest’ultima residenza, di cui è stato recentemente possibile, grazie a straordinarie riprese da drone, ricostruire l’estensione e le articolazioni planimetriche[20], esistono argomenti di una certa consistenza che suggeriscono di valutare l’eventualità, già prospettata da Ferdinando Castagnoli, di un passaggio all’interno del patrimonio imperiale nel corso dell’età antonina, con cui potrebbe essere collegato il viaggio di M. Aurelio a Lavinium del 176 d.C. e il successivo interesse di Commodo per la città[21].
Assai meglio conosciuta, la cd. villa di Via Siviglia alla foce del Rio Torto, già scavata in minima parte dal Fagan nel 1794[22], che ne portò alla luce un settore in opera laterizia, con possibile destinazione termale, e parte del ricco apparato di decorazione scultorea, tra cui la nota statua di Venere, successivamente esportata in Inghilterra. Per la residenza sono documentate fasi edilizie in opera reticolata di epoca tardo-repubblicana[23], successivi interventi forse di età tardo flavia[24] ed un’ulteriore fase severiana, ricostruibile attraverso il rinvenimento di importanti bolli su fistula che riportano i nomi di due senatori proprietari del complesso, T. Flavius Claudianus e T. Flavius Sallustius Paelinianus, e di un plumbarius domestico del primo, T. Flavius Evelpistus[25]. L’insediamento, per cui sono attestate fasi d’uso sino ad almeno tutto il III sec. d.C., è stato oggetto di indagini di scavo anche da parte della Soprintendenza Archeologica del Lazio[26] (fig. 7).
Complessi residenziali di una certa consistenza, ma dotati di ampi settori produttivi, sono presenti anche in corrispondenza del margine interno della laguna, in connessione con le principali arterie di comunicazione e con le possibilità di sfruttamento dei già citati affioramenti di argille azzurre; significativa, al riguardo, l’episodica attestazione di resti riferibili a fornaci nel corso delle indagini di superficie.
In conclusione, l’area compresa tra la città di Lavinium e la costa, fin dalla fine della Repubblica, sembra progressivamente orientarsi verso produzioni differenziate di tipo specializzato, legate allo sfruttamento delle risorse naturali e destinate al mercato Urbano, in connessione con importanti interessi del ceto dirigente romano[27]. Il quadro insediativo si presenta, invece, in forme differenti nel settore del territorio lavinate meno prossimo alla costa, articolato in ampi pianori a matrice tufacea con sommità pianeggianti, limitati dai corsi d’acqua provenienti dal Massiccio laziale e solcati dalle vie di comunicazione per i centri albani. Anche in questa zona, a partire dal II sec. a.C. e per tutta la fase imperiale, si registra un calo di presenze, ma sono assenti i grandi organismi residenziali caratteristici della fascia litoranea e dell’area gravitante sul massiccio albano; il quadro delle attestazioni si caratterizza in modo omogeneo sotto il profilo della destinazione d’uso, che risulta ancora orientata in via prevalente allo sfruttamento delle risorse agricole. Tale circostanza è desumibile, a livello di indagini di superficie, attraverso la presenza, ricorrente nelle aree di affioramento, di frammenti di ceramica d’uso e di grandi contenitori per derrate, macine da grano, anfore e, episodicamente, resti riferibili a torcularia.
Il complesso degli elementi raccolti sembra deporre, anche qui, in favore di un indebolimento delle capacità produttive durante la fase imperiale, in possibile connessione con fenomeni di concentrazione dei possedimenti agricoli. In tale ottica, il permanere, almeno sino all’inizio del III sec. d.C., di modesti insediamenti, attardati sotto il profilo delle dotazioni strutturali e collegati alla viabilità principale da assi stradali sistematicamente non basolati, sembra legittimare un modello interpretativo orientato secondo l’ottica del progressivo diffondersi di grandi proprietà terriere frazionate in fondi non contigui tra loro, conseguentemente non centralizzati sotto il profilo della gestione[28].
[1] Sull’estensione del territorio di Lavinium, di problematica definizione considerando anche eventuali oscillazioni nelle diverse fasi dell’età antica, cfr. Fenelli 2003, p. 192 e nota 27, con bibl.
[2] Si tratta di ricerche di ambito seminariale che hanno visto la partecipazione di numerosissimi studenti, specializzandi e dottorandi dei corsi di Topografia Antica; cfr. ancora Fenelli 2003, pp. 190-191.
[3] Nella sterminata bibliografia sul tema, si ricorda, Castagnoli 1982, con bibl. e Fenelli 1990. Per le caratteristiche troiane del paesaggio lavinate, Musti 1981.
[4] Cfr. Madonna et al. 2021, con bibl. Per una ricostruzione della posizione e dell’estensione delle lagune, Piccarreta 1981, pp. 7-13; Guaitoli 1984, p. 379-381 e fig. 11; Colonna, 1995, p. 2 e nota 7; Jaia 2017.
[5] Tra questi, particolare rilievo assume il Numicus, attuale Fosso di Pratica, connesso alla leggenda troiana (D.H. I, 64), su cui cfr. Madonna et al. 2020; Madonna et al. 2021, p. 128
[6] Per la sorgente sgorgata miracolosamente all’arrivo dei Troiani sul lido laziale, cfr. Jaia 2012, pp. 600-602; per la fonte da cui traeva origine il Numicus, cfr. bibl a nota prec.; per il lacus Turni, recentemente riconosciuto nella macchia di Capocotta, cfr. Madonna et al. 2020a, pp. 124-136, con bibl. L’abbondanza di acqua dolce in prossimità della linea di costa è ricordata anche da Plin. Ep. II, 17, 25. Ampia disamina, infine, delle caratteristiche del paesaggio dell’area laurentina, con riferimento alle fonti e vasta bibliografia, in Purcell 1998
[7] In generale, Guaitoli 1984, pp. 373-377; sull’approdo alla foce del Numicus, connesso al santuario di Sol Indiges e al mitico sbarco di Enea, cfr. Jaia 2013, con bibl.; per l’approdo alla foce del fosso dell’Incastro, collegato al santuario di Castrum Inui, come pare evolutosi in statio maritima a partire dall’epoca augustea, cfr. Torelli, Marroni 2018, pp. 173-192, con bibl. In generale, sul rilievo assunto dai molteplici approdi di questo tratto della costa laziale nel quadro delle vicende dell’età tardo-repubblicana e, più tardi, in relazione alla politica e alla propaganda imperiale, cfr. Purcell 1998, pp. 17 e 28-29, con bibl.
[8] Cfr. Cifani 2021; per il rinvenimento, frequente in zona, di vasi cd. “a clessidra”, utilizzati per l’estrazione del sale mediante la tecnica del briquetage, cfr. Attema 2006, pp. 50-71; Alessandri et al. 2019; Guidi et al. 2019, p. 302 e fig. 4
[9] Cfr. Marzano 2010, pp. 24-30, con bibl.
[10] Verg., Aen. VII, 81-101
[11] Per gli usi dello zolfo nell’antichità, cfr. Plin. N.H. XVIII, 114 e XXXV, 174-177 e Quilici 1980, con bibl.; per l’impiego dello zolfo nella cura e l’igiene del bestiame, cfr. Santillo Frizell 2004. Sulla disponibilità di zolfo offerta dal comprensorio, Quilici 1984. Per il giacimento della Solforata, lungo la via Lavinio-Alba, Quilici 1968. Sul santuario di Tor Tignosa, cfr. da ultimo La Regina 2014, con bibl.
[12] In generale, cfr. Enea nel Lazio 1981, p. 166; Jaia 2017, p. 213, con bibl.
[13] Sull’introduzione dei grani nudi nel Lazio, con progressiva affermazione sulle specie vestite, rimaste in uso come coltura secondaria, cfr. Marcone 1997, p. 80 e 108. Sulla quantità di lavoro necessaria alla produzione di cereali e leguminose per superficie coltivata, cfr. Kolendo 1980, p. 35-70. In generale, sulle ricadute del fenomeno nella gestione territoriale in area non lontana, cfr. Pompilio 2009, p. 57-59. Sulla possibilità che l’introduzione delle colture frumentarie in questo settore del Lazio repubblicano possa essere letta anche alla luce di “fortissimi legami con la Sicilia”, cfr. Zevi 2005, pp. 64-65
[14] Consistenti movimenti migratori delle campagne del Lazio alla volta di Roma, nei decenni iniziali del II sec. a.C., sono noti anche attraverso la testimonianza delle fonti, cfr. Liv. 41, 8.
[15] Su tutto, cfr. Purcell 1998, con ampia bibl. e articolata disamina delle fonti.
[16] Cfr. Panella, Pompilio 2003. Al riguardo, in generale, cfr. anche Di Giuseppe 2012, pp. 479-492, con bibl. L’attestazione relativamente frequente, nel corso delle indagini di superficie, di concentrazioni di pesi da telaio in connessione con insediamenti produttivi nel settore prossimo alla città sembra suggerire, a livello più generale, una buona diffusione delle attività di lavorazione della lana nel territorio, anche se è impossibile stabilire se a livello manifatturiero o domestico. Al riguardo, va considerata la particolare situazione dell’area in esame, posta al terminale di importanti percorsi di transumanza e ricca di pascoli e radure, in grado di garantire ottime condizioni per l’allevamento, in forma stanziale o transumante: cfr. Purcell 1998, con bibl. La riconversione di insediamenti residenziali alla manifattura laniera è, come noto, ben documentata, in questo stesso periodo, nella città di Fregellae, dove è stata messa convincentemente in relazione con la notizia liviana di una consistente immigrazione di elementi sanniti e peligni in città (Coarelli 1991)
[17] Come è stato già evidenziato da Maria Fenelli (2003, p. 192 e nota 30), il numero delle ville residenziali del territorio del Comune di Pomezia è nettamente inferiore rispetto a quello dell’area di Castelporziano (per cui cfr. Lauro, Claridge 1998, con bibl.). L’apprezzamento delle evidenze è tuttavia condizionato dall’espansione urbana di Torvaianica, disposta linearmente lungo la costa, che ha certamente ridotto l’osservabilità dei terreni e la conservazione delle presenze.
[18] Purcell 1998, passim in part. pp. 18 e 27
[19] Castagnoli 1972, p. 44; Enea nel Lazio 1981, p. 166
[20] Cfr. Ebanista, Jaia c.s.
[21] Cfr. Castagnoli 1972, p. 44; Del Lungo, Maurizi 1997, pp. 29-42; Maiuro 2012, pp. 262-265, con bibl. Sulla serie di Curatores R.P. documentati a Lavinium a partire dall’età di M. Aurelio, cfr. Jaia, Nonnis c.s., che sintetizzano anche i dati disponibili per via epigrafica in questa fase storica. Per il grande intervento di ristrutturazione dello spazio forense della città, ascrivibile ad età antonina, cfr. A.M. Jaia, in questo stesso volume. Sul progressivo affermarsi, nel territorio ostiense e laurentino, di proprietà collegate a gruppi familiari vicini alla corte imperiale a partire dall’età di Antonino Pio, da leggere come un progetto centralmente incentivato di ridefinizione del popolamento del litorale a S di Roma, dopo il fallimento dei tentativi di distribuzione agraria di Vespasiano, Traiano e Adriano, cfr. Purcell 1998, p. 24, con bibl. Sulla ridefinizione dei limiti tra i territori dei centri urbani di questo settore del Lazio, ad opera di Antonino Pio, cfr. Dalmiglio et al. 2019, pp. 111-122. Sul processo di appropriazione della linea di costa da parte della casa imperiale, cfr. Purcell 1998, p. 17, con bibl. e, ancora, Maiuro 2012, p. 263-264.
[22] Cfr. Fenelli 2003, p. 192 e nota 31, con bibl,
[23] Avilia, Panella 2011
[24] Nel corso degli scavi Fagan furono recuperati anche bolli laterizi delle figlinae dei Domitiorum liberti, attribuiti ad età domizianea (CIL XV, 1, 1096a); cfr. Fea 1836, pp. 190-191.
[25] Cfr. CIL XV 7785 = CIL X 6767 = EDR 107167; CIL XV 7786 = CIL X 6769 = EDR 107169 e CIL XV 7788 = CIL X 66768 = EDR 107168; per T. Flavius Claudianus, cfr. Neudecker 1988, pp. 134 e Andermahr 1998, p. 266-268; Okon 2017, p. 120, n. 457; per T. Flavius Sallustius Paelinianus, cfr. PIR II, 74-75, 235; Andermahr 1998, p. 266-268
[26] Cfr. bibl. cit. a nota 24 e Spadaro, Viglietti 2022, pp. 241-248
[27] Allevamento del bestiame, stanziale e transumante, con rilavorazione dei derivati; itticoltura, all’interno dei bacini lacustri; silvicoltura (legname, pece, bitume, ecc.); sfruttamento degli affioramenti di argilla per la manifattura ceramica; estrazione dello zolfo, ecc.
[28] Sul carattere frazionato della proprietà terriera senatoria in Italia, cfr. Maiuro 2012, p. 156-157, con bibl.













