Il territorio dell’antica Lavinium, corrispondente all’odierna Pratica di Mare nel Comune di Pomezia, è posto sotto la tutela della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, che a seguito della riforma ministeriale Franceschini del 2014[1] si occupa oltre che della tutela archeologica anche di quella storico-artistica, architettonica e paesaggistica[2].
I rinvenimenti archeologici di norma sono effettuati attraverso scavi posti sotto il controllo della Soprintendenza, che da un lato coordina le concessioni di ricerca date alle università o ad altri enti, dall’altro segue gli interventi pubblici che prevedono l’applicazione delle disposizioni dell’archeologia preventiva e i lavori effettuati da privati su aree a rischio archeologico.
La mancanza di musei e di depositi afferenti alla Soprintendenza stessa ha fatto sì che si siano instaurate collaborazioni con i musei locali, diventati così un punto di riferimento fondamentale per il territorio. È questo il caso del Museo Civico Archeologico Lavinium, nato per ospitare i materiali dell’antica Lavinium e dei luoghi di Enea, ma divenuto ben presto prezioso deposito delle nuove cassette di scavo, che emergono dalle attività di tutela. D’altronde è ormai assodato il concetto di mantenere i reperti rinvenuti sul territorio nei musei più vicini, senza alterarne i contesti di provenienza. Proprio per questo il Museo Lavinium ha dato la disponibilità a supportare la Soprintendenza anche per il deposito di materiali provenienti da altri comuni limitrofi, che non possiedono un museo archeologico o un antiquarium.
I rinvenimenti degli ultimi anni nel territorio sono dovuti principalmente ad attività di archeologia preventiva per la realizzazione di grandi opere pubbliche o di pubblica utilità. Infatti il nuovo codice degli Appalti (D.lgs. 36/2023, art. 41 co. 4 e all. I.8), recependo quanto già contenuto nel D.lgs. 50/2016, prevede che possano essere effettuate indagini preliminari quali esecuzione di carotaggi, prospezioni geofisiche e geochimiche, saggi archeologici. Tali attività devono essere seguite da professionisti del settore in un’ottica di interdisciplinarità verso la quale sta tendendo il Ministero della Cultura negli ultimi anni e che vede la collaborazione di archeologi, restauratori, geologi, antropologi ecc.
Anche nel caso in cui non si ricorra a indagini preventive, si tende a far monitorare costantemente da archeologi tutte le opere di scavo e movimentazione terra, in modo da essere sempre aggiornati sui risultati delle attività lavorative.
In ogni caso qualsiasi rinvenimento fortuito deve essere segnalato alla Soprintendenza o al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 90 del Codice dei Beni Culturali (D.lgs. 42/2004 e ss.mm.ii). E qualsiasi bene rinvenuto nel sottosuolo appartiene allo Stato Italiano grazie alle disposizioni della legge Rosadi[3] del 1909, che recepì i primi provvedimenti di tutela dell’Editto Pacca.
Per semplificare le attività di tutela, tutta la documentazione prodotta dagli archeologi professionisti, sia essa preventiva oppure relativa alle attività di scavo, deve essere redatta seguendo le linee guida fornite dall’Istituto Centrale per l’Archeologia, che gestisce il Geoportale Nazionale per l’Archeologia (GNA)[4], il portale web avviato nel 2017 per la pubblicazione e consultazione dei dati archeologici, punto di raccolta e di condivisione dei dati esito delle indagini archeologiche.
Le indagini degli ultimi anni condotte nel territorio di Pomezia si sono svolte principalmente in due ambiti. Da un lato in corrispondenza della stazione ferroviaria di Santa Palomba, dall’altro nell’Aeroporto Militare Mario De Bernardi di Pratica di Mare.
Nei mesi di gennaio e febbraio 2022, durante i lavori di adeguamento di un cavalcavia ferroviario della linea Roma-Formia, presso la stazione di Pomezia-Santa Palomba[5], sono state rinvenute una serie di evidenze archeologiche che appartengono a un contesto finora completamente ignoto, databile tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C. Le indagini, condotte per conto di RFI dagli archeologi e operai della società Eos Arc S.r.l. sotto la direzione scientifica della Soprintendenza, hanno permesso di indagare stratigraficamente un’area di circa 800 m2, una vasta porzione del contesto antico, che si estende ben oltre i limiti dell’area di scavo[6].
Il sito sembrerebbe essere stato sfruttato in due periodi distinti, prima con una funziona abitativa alla quale è succeduto, dopo l’abbandono e la rasatura, un sepolcreto. Tra gli elementi pertinenti alla prima fase si riconosce un asse viario di incerta destinazione, realizzato direttamente nel banco tufaceo, colmato con terreno frammisto a frammenti di tufo, laterizi e ceramici, chiaramente identificabile grazie alla presenza di solchi carrai. Vi sono poi una serie di strutture murarie, di cui si conservano le fondazioni a sacco e pochi lacerti di quello che doveva essere l’elevato con murature costituite da materiale misto, bozze di tufo, frammenti di laterizi ed elementi litici, disposti su piani di posa irregolari. La funzione di tale edificio è incerta, ma non è da escludere l’appartenenza a un complesso più grande, forse una villa rustica, che si estendeva nei terreni circostanti. Le strutture sono riferibili a diverse fasi di vita di questi edifici e disegnano chiaramente almeno due ambienti, in un primo momento separati da una grande area aperta, successivamente chiusa da un’altra struttura muraria.
Dopo l’abbandono delle strutture nella prima metà del III secolo d.C., e forse con l’edificio principale ancora parzialmente in uso, l’area, ricoperta da uno strato terroso ricco di materiali, interpretabile come una colmata volontaria, è stata occupata da una necropoli solo parzialmente esplorata, che ha restituito un totale di 17 sepolture[7], che coprono un periodo di circa due secoli, tra il III e il V sec d.C.
La maggior parte delle sepolture è del semplice tipo a fossa terragna, a volte adagiate su un letto funebre formato da tegole. Meno frequenti sono la tipologia a cappuccina[8] e quella all’interno dell’urna di terracotta normalmente usate per bambini (ad enchytrismòs)[9]. Il dato che più colpisce è l’assenza di corredi, a eccezione del rinvenimento di un anello con cristogramma che testimonia la presenza di almeno un inumato di fede cristiana. Nel caso delle tombe 3, 14 e 16 le tegole presentano un bollo.
Gli altri grandi interventi di archeologia preventiva sono ancora in corso nelle aree all’interno dell’Aeroporto Militare Mario de Bernardi. Man mano che si è reso necessario ingrandire o costruire nuove strutture funzionali alle attività aeroportuali, sono state prescritte indagini preventive, anche sulla base delle relazioni archeologiche preliminari[10], che hanno valutato la zona ad alto rischio archeologico.
In particolare l’area dell’aeroporto si presenta altamente urbanizzata con edifici di varia natura quali (caserme militari, alloggi e punti ristoro). In origine il territorio era attraversato da un corso d’acqua, il Fosso di Santa Palomba, che confluiva insieme a quello di Santa Procula nei due bacini idrografici del Rio Torto e del fiume Incastro, che a oggi, purtroppo si sono trasformati rispettivamente in una fogna a cielo aperto del canale Rio Torto e in un Fosso denominato “dell’Incastro”.
In occasione del recente rinvenimento, a seguito di operazioni di bonifica bellica, di un pozzo in laterizi, con un’imboccatura di circa 1 diametro e pedarole rettangolari, si è deciso di ampliare l’area di scavo[11]. La zona si è presentata fortemente compromessa per la presenza di diversi scassi per la posa di sottoservizi e lo smaltimento dei rifiuti.
Tra i materiali rinvenuti si segnalano tubuli a sezione rettangolare per l’adduzione dell’acqua e un orlo di dolio, forse riconducibile al puteale fittile del pozzo. Si segnala, inoltre, un fondo di coppa in sigillata italica marchiato con bollo in planta pedis destro recante la firma C N R F.
L’alta concentrazione di laterizi suggerisce la presenza di allineamenti murari, da ricollegare allo stesso impianto del pozzo.
Le indagini sono ancora in corso tant’è che l’estensione di tutto il complesso non può essere definita; non è da escludere, però, che le strutture murarie siano riferibili a una villa rustica, risalente alla fine del periodo repubblicano o all’inizio dell’età imperiale. La villa potrebbe collocarsi così in un quadro più ampio di intensificazione dell’occupazione del territorio di Lavinium a partire dalla tarda età repubblicana, che vide la proliferazione di ville rustiche nell’entroterra e di impianti residenziali sulla costa, sfruttando i collegamenti forniti dalle vie Severiana e Laurentina.
[1] D.P.C.M. del 29 agosto 2014, n. 171.
[2] La Soprintendenza è stata istituita con D.M. del 2 dicembre 2019, n. 169. A seguito dell’operato della precedente Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio sono stati emessi i provvedimenti di tutela diretta delle seguenti aree:
- Santuario con vano rettangolare e deposito votivo; Terme di età romana imperiale (III-IV sec. d.C.); Foro Romano e necropoli protostorica; complesso delle Tredici Are ed Heroon di Enea; mura di cinta della città italica preromana (D.M. 19.06.1965).
- Resti archeologici in località Santa Maria della Vigne – Polledrara (D.M. del 09.01.2001).
- Santuario del Sol Indiges (D.M. del 26.10.2006 e 11.12.2006).
- Villa marittima di via Siviglia (D.M. del 19.03.2009).
[3] L. 20 giugno 1909, n. 64.
[4] https://ica.cultura.gov.it/geoportale-nazionale-per-larcheologia/
[5] Lavori di adeguamento della sede stradale in prossimità del cavalcavia ferroviario al km 24+396 della linea ferroviaria Roma-Formia (Via della Siderurgia, in un’area interessata dal percorso dell’antica Via Ardeatina e delle sue pertinenze). Le indagini archeologiche si sono concentrate nell’unica area libera del complesso ferroviario, ovvero un lotto di terreno, localizzato alla base della scarpata di collegamento tra il parcheggio esistente e i terreni agricoli a sud-est. Infatti l’area di indagine è stata limitata dalla presenza dell’attuale parcheggio della stazione.
[6] Il sito è ancora inedito. I primi risultati sono stati presentati da F. Licordari, E. Giannini, “Pomezia (loc. Santa Palomba). Necropoli di epoca romano imperiale presso la stazione ferroviaria. Dati archeologici e antropologici”, in 14° Incontro di Studi sul Lazio e la Sabina (Roma, 22-24 maggio 2024).
[7] Non è possibile stabilire la reale estensione dell’area sepolcrale, che si estende sicuramente a nord e ad est dell’area di scavo.
[8] Tombe 2 e 14.
[9] Tombe 6 e 7.
[10] Valutazione preventiva di interesse archeologico (VPIA).
[11] Le attività di assistenza archeologica sono seguite dagli archeologi della Eos Arc S.r.l., Emanuele Giannini, Valerio Frabotta, Paolo Masci, Chiara Ceccacci, Daniele Sepio, che si ringraziano per l’impegno e la costante attenzione che dedicano alle attività di indagini archeologiche sul territorio.






